Nei momenti felici di una grande nazione, la gioventù prende gli esempi; nei momenti difficili, li da.
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martedì 27 agosto 2013

ARMI CHIMICHE IN SIRIA: LE BUGIE DELL'OCCIDENTE.

Secondo la Casa Bianca, il 21 agosto, l’esercito siriano avrebbe lanciato razzi contenti gas nervino sui ribelli asserragliati nella periferia di Damasco. Ciò offre i presupposti per un attacco militare da parte di una coalizione di potenze occidentali. Stati Uniti, Francia e Regno Unito potrebbero agire anche senza mandato Onu e contro il parere di Russia e Cina. Le prove dell’uso di gas nervino da parte di Assad si fondano, fino ad ora, sulle immagini di alcuni filmati pubblicati dai ribelli. Alcuni esperti di armi chimiche, ascoltati all’indomani dei presunti attacchi, dall’agenzia francese Afp, non sembrano affatto convinti dal materiale.

MANCANO I SINTOMI. Interrogata dall’Afp, Paula Vanninen, direttrice di Verifin, istituto Finlandese per la Verifica della Convenzione sulle Armi Chimiche, sottolinea come «le persone» che aiutano i colpiti dal gas nervino, nei video che circolano in rete, «non indossano né abiti protettivi, né respiratori». «In un caso reale sarebbero stati contaminati anche loro e mostrerebbero sintomi», come invece non accade nei filmati. John Hart, capo del Progetto Sicurezza Chimica e Biologica dell’International Peace Research Insitute di Stoccolma, spiega che nei video «non c’è traccia della “prova rivelatrice”» di una contaminazione di armi chimiche. «Nessuna delle vittime mostra pinpoint pupils», un restringimento del diametro della pupilla, «che indicherebbe un esposizione agli agenti nervini organofosforici».

NON C’È CONTAMINAZIONE. Dan Kaszeta, ex ufficiale dei Chemical Corps dell’esercito americano e consulente privato, anche lui interrogato da Afp, ribadisce come «nessuna delle persone che ha a che fare con le vittime o le fotografa indossa una qualche protezione ad hoc» e «a dispetto di ciò, nessuno di loro sembra aver subito danni». Ciò escluderebbe si tratti davvero di contaminazione da armi chimiche a uso militare, compresi i gas nervini, dal momento che queste sostanze lasciano per un po’ di ore un certo livello di contaminazione e danneggiano chiunque senza adeguate protezioni venga a contatto con le persone colpite. Kaszeta aggiunge che «non c’è nessuno degli altri segni che ci si aspetterebbe di vedere dopo un attacco chimico, come livelli intermedi di vittime, problemi gravi alla vista, vomito, perdita di controllo dell’intestino».

NON È SARIN. Stephen Johnson, ex consulente del ministro della Difesa britannico per la guerra chimica e ricercatore sugli effetti del contagio di materiale pericoloso all’università di Cranfield, ritiene che «con un tale livello di agente chimico ci si aspetterebbe di vedere un mucchio di contaminazione sulle vittime, e questo colpirebbe coloro che li trattano e non sono protetti come dovrebbero. Tutto questo non lo vediamo».
Su Euronews, Johnson ha poi ribadito come il materiale girato sembra non essere coerente con l’uso di agenti nervini o Sarin: «Alcune persone hanno la schiuma, ma la schiuma sembra troppo bianca, troppo pura, e non torna con i danni interni che ci si potrebbe aspettare, te l’aspetteresti giallognola o con tracce di sangue». Per finire, argomenta sospettoso, «ci sono, in alcuni dei video, esempi che sembrano iper-reali, quasi come se fossero stati messi in scena».

GLI ALTRI PROBLEMI. «Le immagini di Ghouta, la località dove il governo avrebbe usato i gas sono devastanti dal punto di vista emozionale, ma assai ambigue dal punto di vista documentale», scrive oggi sul Giornale, il reporter di guerra Gian Micalessin. «Ad Halabja nel marzo 1988 i gas di Saddam non fecero distinzione tra vittime e soccorritori e sterminarono chiunque non si fosse allontanato». Ciò non accade a Ghouta, ricorda Micalessin: «Nessuno fugge, non c’è un clima di panico e gli ospedali continuano a funzionare».
«Questo fa sorgere due grossi interrogativi», conclude il giornalista: «Perché Assad avrebbe atteso due anni e mezzo prima di usare i gas salvo poi impiegarli sotto gli occhi degli osservatori dell’Onu? E soprattutto perché incominciare da una zona dove il regime non è militarmente in difficoltà e dove non viene sfruttato il vantaggio tattico offerto dall’arma chimica per riconquistare il territorio e nascondere le prove?»



estratto da "Tempi.it" del 27/08/2013

sabato 23 marzo 2013

L'ULTIMO SUSSULTO DI SOVRANITA' NAZIONALE ITALIANA

Lo ricordo bene quell’11 settembre 1985. Soprattutto in queste ore che mi fanno pensare all’ennesimo 8 settembre dell’Italia senza onore e dignità. Ventotto anni fa c’era Bettino Craxi a Palazzo Chigi. Un aereo dirottato da un commando palestinese che aveva attaccato l’”Achille Lauro”, atterrò all’eroporto militare di Sigonella, in Sicilia. Gli americani reclamarono la consegna dei palestinesi ai marines. Il presidente del Consiglio si oppose fermamente, facendo venire meno con il suo diniego, la regola imposta dalla fine della guerra dall’Impero americano: l’ossequio al principoio del primato degli interessi statunitensi in Europa. Craxi ebbe il coraggio e la forza di sfidare il potente alleato imponendo il rispetto della sovranità nazionale italiana. Sull’aereo dirottato e sui palestinesi si applicava l’ordinamento italiano, la giurisdizione era incedibile.

Gli americani tentarono la prova di forza. Il premier ordinò all’ammiraglio Martini di assumere il comando delle operazioni militari per far rispettare il nostro diritto. Capita l’antifona, i soldati statunitensi si ritirarono, mentre le autorità italiane arrestavano i quattro dirottatori. Non mi dilungo su tutti i successivi passaggi. Ricordo soltanto che Martini, in accordo con Craxi, comunicò al pilota americano che con il suo aereo ostruiva la pista di Ciampino, dove nel frattempo i ditottatori erano stati trasferiti, che aveva cinque minuti di tempo per togliersi di mezzo, dopodiché avrebbe dato ordine al bulldozer di buttarlo fuori. Ne passano solo tre. L’F-14 a stelle e strisce accese i rumori e si perse nel cielo di Roma.

Sì, fu l’ultimo atto di uno Stato sovrano. Pienamente ed orgogliosamente sovrano. Non possiamo e non dobbiamo rimuoverlo quell’episodio. Dopo poco gli americani cambiarono atteggiamento e riconobbero, senza peraltro mai ammetterlo uffcialmente, il buon diritto dell’Italia a far valere le sue prerogative. E adesso? Uno sbadiglio dell’India ci ha esposto alla più barbina delle figure in campo internazionale. I marò tornano, se ne vanno, restano. Si fa la faccia feroce, poi tutto si conclude com’era prevedibile: la riconsegna a coloro che ne reclamano la detenzione. Ma chi ha architettato questo immondo pasticcio politico, diplomatico, civile, giudiziario? In un altro Paese, Monti ed i suoi ministri, “tecnici” per antonomasia, si sarebbero già dimessi. E poi? Mettiamo il caso che ciò accadesse, chi reggerebbe Palazzo Chigi? Ecco il problema. Il vuoto di potere genera mostruosità come quelle che si sono abbattute sui due fucilieri che da “pacchi postali” vanno e vengono dall’India senza nessuna certezza e con tanta paura addosso.

Si dice che le autorità di Delhi abbiano promesso che a Massimiliano Latorre e a Salvatore Girone non si applicherà la pena di morte, contemplata per il reato di cui sono imputati. Ci si deve fidare? E perché? Gli indiani non si pongono il problema. Non se lo pongono neppure le cancellerie occidentali. E perfino l’ineffabile lady Ashton, commissario europeo per la sicurezza e la difesa, sembra non crucciarsi più di tanto. Anzi, per niente. Siamo soli. Italiani “brava gente”, governati da pessimi burocrati. La sovranità è un sogno che non ci possiamo permettere.


(tratto dal "Secolo d'Italia" 22/3/2013 di Gennaro Malgieri

mercoledì 10 ottobre 2012

Le PUSSY RIOT: la degenerazione di un secolo

“Non si possono minare le fondamenta morali della Russia né si può distruggere il Paese: altrimenti cosa ci resterebbe?” Vladimir Putin sul caso delle Pussy Riot

Lunedì, il giornale francese “Le Monde” dedicava testardamente un ennesimo articolo alle “gesta eroiche” delle Pussy Riot (“Rivolta della Fica”). L’ennesimo articolo insipido in difesa della “preghiera anti Putin” fatta all’interno della cattedrale del Cristo Salvatore di Mosca; un ennesimo articolo in difesa di quelle tre povere ragazze divorate “dall’orco” Vladimir Putin; un ennesimo articolo in difesa di un certo tipo di “libertà di espressione”.

Fino allo sfinimento, le grandi testate giornalistiche continueranno a criticare una decisione percepita come “assurda” nel mondo occidentale: decisione che, se analizzata un attimo e a sangue freddo, non sembra poi così esagerata. Cerchiamo quindi di capire e di smontare il mito delle “Rivolta della Fica”. La condanna emessa dal tribunale di Mosca è chiara: due anni di carcere e di lavori, con l’accusa di vandalismo fomentato da odio religioso. Di vandalismo ce n’è stato, e di odio religioso pure: l’accusa in sé regge. La condanna poteva arrivare fino a sette anni, e anche se tutte le previsioni davano almeno tre anni di carcere, alla fine le tre ragazze hanno preso solo due anni. L’atto in sé, era scandaloso: una preghiera politica contenente blasfemi (“Putin è la merda del Signore” dixit oppure “Madre di Dio diventa femminista” dixit) cantata in chiesa avrebbe fatto scattare l’arresto in qualsiasi paese del mondo. Su questo non c’è nessun dubbio. L’odio contro la religione è chiarissimo. Non è un caso che un altro gruppo di sedicenti attiviste femministe, FEMEN, che ha come caratteristica principale quella di mostrare il proprio corpo nudo (?!?) durante qualsiasi azione, dopo la condanna delle loro sorelle ha tagliato una croce di legno posta in memoria delle vittime dello stalinismo ="http://www.youtube.com/watch?v=RifhGKaDEt).

L’ipocrisia maggiore consiste a dire che nei nostri paesi, non sarebbe scattata la condanna: prendiamo come esempio gli Stati Uniti (i più critici verso il verdetto sulle Pussy Riot). Pensate veramente che, se un gruppo di ragazzi si fosse addentrato in una chiesa del sud – est americano, anzi meglio ancora in una sinagoga nel centro di Manhattan, requisendo l’altare, gridando come dei forsennati, disturbando i credenti, insultando con l’atto e con le parole personaggi politici (come Obama o Netanyahu), sarebbe ancora in vita per raccontarlo? Non possiamo esserne tanto sicuri. Proprio in quel periodo, girava la notizia di un poveraccio atterrato da tre colpi di pistola a Time Square, sotto gli occhi di tutti, perché aveva rubato una sciocchezza nel supermercato vicino. Idem con il movimento Occupy che ha sofferto calci e botte per essersi appropriato di spazi pubblici “senza permesso”, e che conta alcuni attivisti “comodamente” installati in carceri americane… Come si permettono gli Stati Uniti di criticare le faccende altrui quando la situazione a casa loro non è limpida? Come si permette Hillary Clinton, di criticare il giudizio di un tribunale russo?

Ricordiamoci che lo stesso giorno in cui è comparso il verdetto del tribunale di Mosca, la Gran Bretagna (sotto ordini americani) chiedeva l’arresto coatto di Julian Assange e minacciava democraticamente l’ambasciata dell’Ecuador di una possibile introduzione manu militari per catturare il fondatore di Wikileaks, contravvenendo senza scrupolo alcuno alla regole dell’extraterritorialità delle ambasciate straniere. Eppure, il mondo pensava alle Pussy Riot… quanta ipocrisia. Vi è un altro fatto interessante: le “Rivolta della Fica”, considerate come “artiste sui generis”, di artistico hanno poco o nulla. Nel passato recente, il gruppo organizzò altre azioni trash a dir poco rivoltanti. Il gruppo sedicente anarchico “Voina”, di cui le tre ragazze condannate fanno tutte parte, organizzò orge sessuali in luoghi pubblici famoso il caso del museo delle scienze, e altre azioni deplorevoli (celebre anche il “pollo nella vagina”, http://www.youtube.com/watch?v=vGk5L1bjoTw"). Non è la prima volta che queste ragazze compiono azioni contro Putin, ergo Putin le lasciò andare più volte (anche nel caso dell’orgia pubblica) senza troppi problemi.

Qui è diverso, la libertà di manifestare di alcune sbandate ha calpestato la libertà di culto di altri, e si sa: la libertà degli uni finisce quando la libertà degli altri comincia. Comunque sia, delle pazze scatenate di questo calibro sarebbero isolate nelle nostre società, eppure quando si tratta di attaccare i nemici di sempre (in questo caso la Russia di Putin) che guarda caso hanno ricominciato a giocare un ruolo attivo nello scacchiere internazionale (ad esempio nella partita siriana), delle degenerate diventano il simbolo della libertà del mondo. La verità è di ben’altro tipo: le Pussy Riot sono un semplice strumento per criticare, aggredire, e intimidire la Russia di Putin. Quando, infatti, si cerca più a fondo, si trovano dettagli interessanti che non appaiono sulle grandi testate mainstream. In un’altra apparizione, le “Rivolta della Fica” brandirono una bandiera dell’OTPOR, organizzazione finanziata dalla Freedom House (fondata da James Woolsey, ex – direttore della CIA) e dalla Open Society Institute (fondata da George Soros…). Ed ecco che l’inciucio è svelato: l’OTPOR (che controlla anche il collettivo nudista FEMEN), è una di quelle organizzazioni che hanno partecipato al colpo di stato contro Chavez, alla caduta della Serbia di Milosevic, e a tante altre azioni politiche etero dirette. Insomma, un’organizzazione di regime.

fonte: di Roberto Saverio Caponera http://www.lintellettualedissidente.it/le-pussy-riot-la-degenerazione-di-un-secolo/

sabato 25 febbraio 2012

SALVIAMO I NOSTRI MARO'!




I nostri soldati del glorioso reggimento San Marco sono vittime della cattiva diplomazia italiana, totalmente incompetente nonchè specchio dell'incapacità di fare e creare politica da parte del governo Monti, un governo non eletto, di stampo burocratico e amico delle banche, quindi assolutamente incapace di gestire situazioni di crisi come questa.

RIPORTIAMO I NOSTRI MARO' A CASA!

venerdì 21 ottobre 2011

Onore e armi in pugno. Come sanno morire i nostri nemici, nessuno (di pietrangelo buttafuoco)


Come sanno morire i nostri nemici, nessuno. Come ha saputo morire il rais, armi in pugno, lo sapevano fare solo i nostri. Come sanno morire i nostri nemici, nessuno. Come ha saputo morire il rais, armi in pugno, lo sapevano fare solo i nostri. Come a Bir el Gobi quando con onore, dignità e coraggio sorridevano alla morte. Fosse pure per fecondare l’Africa.

Sarà tutto tempo perso, dunque, sporcarne gli ultimi istanti, gravarne di dettagli i resoconti e anche quel disumano reportage sul volto fatto strame – tra sangue e calcinacci – non potrà spegnere il crepitare della mitraglia. Perché come ha saputo morire Muammar Gheddafi – così ridicolo, così pacchiano e così a noi ostile – come ha saputo farsi trovare, straziato come un Ettore, solo il più remoto degli eroi dimenticato nell’Ade l’ha saputo fare.
Come i nostri eroi. Come nel nostro Ade. Proprio come seppe morire Saddam Hussein che se ne restò sprezzante sul patibolo. Come neppure la più algida delle principesse di Francia davanti alla ghigliottina. Incravattato di dura corda al collo, l’uomo di Tikrit, degnò qualche ghigno al boia, si prese il tempo di deglutire il gelo della forca per poi gridare la sua preghiera: “Allah ‘u Akbar”. E fu dunque fatto morto. E, subito dopo, impudicamente fotografato.
Come nel peggiore degli Ade. Per quel morire che non conosciamo più perché gli stessi che fino a ieri stavano a fianco del rais, dunque Sarkozy, Cameron, lo stesso Berlusconi, tutto potranno avere dalla vita fuorché un ferro con cui fare fuoco. La nostra unica arma è, purtroppo, il doppio gioco. I nemici di oggi sono i nostri amici di ieri – amico fu Gheddafi, ancor più amico fu Saddam Hussein – e quando li portiamo alla sbarra, facendone degli imputati, dobbiamo scrivere la loro sentenza di morte con l’inchiostro della menzogna perché è impossibile reggere il ghigno dei nemici. Perché – si sa – i nemici che sanno come morire, poi la sanno sempre troppo lunga su tutto il resto del Grande gioco. Ed è un lusso impossibile quello di stare ad ascoltarli in un’udienza.

Come sanno morire i nostri nemici, nessuno. L’unica cruda verità della vita è la guerra e solo i nostri nemici sanno creparci dentro. E’ veramente padre e signore di tutte le cose, il conflitto, ma l’impostura è così forte in noi da essere riusciti a muovere guerra alla Libia dandola per procura, lavandocene le mani, mandando avanti gli altri perché a forza di non sapere morire con le armi in pugno, se c’è da sparare, preferiamo dare in appalto la sparatoria. Giusto come un espurgo pozzi neri da affidare a ditta specializzata.

Come sanno morire i nostri nemici, nessuno. Quando gli eserciti dello zar ebbero ragione del loro più irriducibile nemico, Shamil il Santo – l’imam dei Ceceni, il custode della prima Repubblica islamica nella storia – nel vederselo venire avanti, finalmente sconfitto, non lo legarono a nessun ceppo, a nessuna catena, piuttosto gli fecero gli onori militari per accompagnarlo in un lungo viaggio fino al Palazzo reale dove lo zar, restituendo a Shamil il proprio pugnale, lo accolse quale eroe e lo destinò all’esilio, a Medina, affinché tutta quella guerra, spaventevole, diventasse preghiera e romitaggio.

Come c’erano una volta i nemici, non ce ne saranno più. Ed è per la vergogna di non sapere morire come loro che scacazziamo sui loro cadaveri. Ne facciamo feticcio e se fosse cosa sincera la memoria di ciò che fu, invece che produrre comunicati stampa di trionfo, se solo fossimo in grado di metterci sugli attenti, invece che mettere la morte in mostra, dovremmo concedere loro l’onore delle armi, offrire loro un sudario.

Sempre hanno saputo morire i nemici. E tutti quei corpi, fatti poltiglia dalla macelleria della rappresaglia, nel film della nostra epoca diventano tutti uguali: Benito Mussolini, Che Guevara, Gesù Cristo, Salvatore Giuliano. E con loro, anche i nemici morti ma fatti assenti, tutti uguali: da Osama bin Laden a Rudolph Hess. Fatti fantasmi per dare enfasi al feticcio, come quel Gheddafi armato e disperato che nel suo combattere e urlare, simile a un selvaggio benedetto dal coraggio e dalla rabbiosa generosità, mette a nudo la nostra menzogna.

A ogni pozza di sangue corrisponde l’onta della nostra vergogna e un Pupo che parla a Radio Uno e annunzia “una notizia meravigliosa” e si rallegra di Muammar Gheddafi, morto assassinato, è solo uno che si trova a passare e molla un calcio al morto. Pupo è come quello che sabato scorso, dalle parti di San Giovanni, vede la Madonnina sfasciata appoggiata a un muro e non sapendo che fare le dà un’altra pestata, non si sa mai. Così come il black bloc, anche Pupo, è una comparsa chiamata a raccolta nella montante marea del nostro essere solo canaglie. La signora Lorenza Lei, direttore generale della Rai, dovrebbe cacciarlo lontano dai microfoni della radio di stato uno così ma siccome il nostro vero brodo è la medietà maligna, figurarsi quanto può impressionare l’offesa al morto. Pupo, infatti, è l’eroe perfetto per il peggiore degli Inferi, l’Ade cui destinare quelli che non sanno darsi uno stile nel morire.

sabato 1 ottobre 2011

SOLIDARIETA' AL POPOLO KAREN CHE LOTTA CONTRO CINA E BIRMANIA!

Il "nuovo" governo birmano sorride alla comunità internazionale promettendo aperture e facendo incontrare con gli inviati europei e americani i suoi uomini più presentabili, di solito anziani politici impotenti, dai modi gentili e dalle rassicuranti strette di mano. Intanto, mentre Aung San Suu Kyi per la gioia dei mezzi di comunicazione del regime assiste alle partite di calcio internazionali nello stadio di Rangoon, decine di battaglioni del Tatmadaw, l'esercito del Myanmar, sferrano una massiccia offensiva contro le minoranze dell'Est del Paese, provocando la fuga di decine di migliaia di civili e la distruzione di interi villaggi. Da cinque giorni le truppe birmane stanno martellando le posizioni del Kachin Independence Army con artiglieria pesante (mortai da 81 e 120mm, cannoni da 105mm) lungo la direttrice del nuovo gasdotto che nelle intenzioni di Cina e Myanmar dovrà portare il gas birmano fino alla provincia dello Yunnan.
Una operazione "per commissione" si potrebbe dire, se non fosse che tra i maggiori beneficiari di questa vera e propria pulizia etnica non ci sono soltanto le compagnie energetiche cinesi ma anche i generali birmani, sempre molto attenti alle sorti del loro portafogli personale. La prossima area di operazioni sarà, invece, molto probabilmente alcuni chilometri più a Nord, a ridosso dei cantieri cinesi della Diga di Myitsone, ciclopica struttura che prevede l'inondazione di una superficie di territorio più ampia di Singapore e la distruzione di decine di villaggi Kachin.


Il gioco delle parti continua, e tra gli attori principali c'è l'Unione europea, che continua a ignorare quello che accade veramente in Birmania. Continua a ignorare che soltanto nell'ultimo mese di guerra sono stati denunciati 37 stupri commessi dai soldati birmani ai danni di donne (e bambine) Karen, Kachin e Shan. E si parla soltanto dei casi documentati e verificati. L'Unione europea, allineata sulla posizione della Germania e della influente organizzazione non governativa "Friedrich Ebert", una fondazione legata al partito socialdemocratico tedesco e con sorprendenti canali di comunicazione con il regime birmano, continua a ignorare che per le minoranze etniche non è previsto alcun futuro nel disegno dei generali di Rangoon. Quello che interessa veramente, quello che fa gongolare i banchieri è l'ampia garanzia di business assicurata dal governo birmano, che ha intrapreso una decisa manovra di privatizzazioni nazionali e di aperture al mercato internazionale.
Per questo fa sorridere amaramente la posizione "pacifista" della Fondazione Ebert: gli aderenti all'organizzazione sostengono che non si debba dare alcun supporto ai movimenti armati delle minoranze etniche (le quali, per inciso, rappresentano almeno il 40 per cento della popolazione birmana), in quanto questo non farebbe altro che prolungare la guerra. Tra gli obiettivi ufficialmente dichiarati della Fondazione c'è anche quello del perseguimento di una "globalizzazione solidale", posizione in perfetta sintonia con la filosofia della Chevron e della Total, le multinazionali che da lungo tempo sfruttano le risorse energetiche dei territori Karen e Shan facendo trasferire in "villaggi modello" i civili che si rifiutano di lasciare la loro terra. Un'iniziativa che si traduce in una sorta di deportazione, presentata sotto vesti, appunto, "solidali".

I Karen stanno respingendo gli attacchi birmani lungo un'altra importante "linea commerciale", quella della grande strada in costruzione tra la città thailandese di Kanchanaburi e il porto birmano di Tavoy. L'Unione Nazionale Karen, per bocca del suo segretario nazionale, la signora Zipphora Sein, aveva annunciato qualche giorno fa che la guerriglia avrebbe impedito il proseguimento dei lavori a meno che non fossero state rispettate alcune condizioni fondamentali per la tutela del territorio e per il rispetto dei diritti degli abitanti del distretto attraversato dai cantieri. I camion delle compagnie coinvolte nella costruzione erano stati bloccati dai guerriglieri Karen. Tra questi, diversi automezzi carichi di materiale cinese destinato alle grandi opere nell'area portuale birmana. Un'area in cui si sentirà ben presto parlare anche il tedesco: nel giugno di quest'anno, infatti, il direttore della fabbrica di armi e munizioni "Fritz Werner", Joerg Gabelmann, ha incontrato alti ufficiali della giunta birmana per stringere un «accordo di reciproca collaborazione su porti e aeroporti».

Si tratta di una situazione da cui emergono almeno due dati o, meglio, due conferme. La prima è che le elezioni celebrate in Birmania quasi un anno fa non hanno cambiato né metodi, né intenzioni, né fisionomia del governo. Benché il mondo occidentale le abbia salutate come un passo positivo verso la democrazia, il Paese è ancora solidamente nelle mani di una giunta militare ben lontana da quell'aura di accettabilità che in molti, ora, vorrebbero conferirle. Il secondo dato è che la guerra che questa giunta porta contro le minoranze etniche - e che miete vittime tra contadini, allevatori, monaci, donne e bambini che chiedono solo di restare a vivere sulla terra che abitano da sempre - è molto meno lontana di quanto appaia, è tutt'altro che una questione interna. Si consuma lungo le vie dei grandi affari internazionali che passano, sì, per la giungla, i villaggi e le province del Myanmar, ma che puntano direttamente a Pechino, Shangai, Bangkok, Tokio, Parigi, Berlino, Mosca, Londra, Tel Aviv, alla California, a Singapore e a tutti i luoghi in cui quegli affari vengono concepiti in collaborazione con la giunta militare e con la distrazione delle democrazie occidentali.

Franco Nerozzi - Comunità solidarista Popoli Onlus

martedì 20 settembre 2011

L'ambasciatore palestinese "L'Italia deve assumere un ruolo di primo piano nel Mediterraneo"


«Come popolo palestinese abbiamo scelto di rivolgerci all'Onu perché è la sede della legalità internazionale». Il 23 settembre l'Anp formalizzerà la richiesta di riconoscimento dello Stato della Palestina. Alla vigilia di questo atto, che tanto fa dibattere la comunità internazionale, l'ambasciatore palestinese in Italia, Sabri Atayeh, spiega perché «dopo anni di tentativi abbiamo scelto questa via, che è la più trasparente e impegnativa possibile, invece di dar vita, ad esempio, a iniziative politiche unilaterali». «Chiediamo - sottolinea - che venga riconosciuto quello che è un nostro diritto. Siamo ormai forse l'unico popolo ancora sotto occupazione».

Il riconoscimento prevede anche quello di Israele?
Certamente. Da tempo invochiamo due Stati per due popoli, e il riconoscimento di Israele è un passo indispensabile per la nostra esistenza come Stato.

Il mondo arabo sta vivendo un momento di profonda trasformazione, la vostra iniziativa alle Nazioni Unite va vista come un portato della cosiddetta Primavera araba?
Nasce prima della primavera araba, in un certo senso la anticipa, è autonoma. Tuttavia oggi si inscrive in questo grande e importantissimo scenario e credo che soprattutto l'Europa debba tenerne conto. I Paesi occidentali, soprattutto europei, hanno appoggiato sin dall'inizio le rivoluzioni democratiche di Tunisia, Egitto, Libia e altri Paesi arabi. Sarà difficile spiegare a questi Paesi un eventuale voto contrario al riconoscimento dello Stato palestinese. Offrirebbe il fianco a una strumentalizzazione anti occidentale, che avvantaggerebbe solo le forze meno democratiche presenti nel mondo arabo.

Le democrazie occidentali appaiono titubanti, e anche l'Italia non ha ancora dichiarato come voterà. Eppure solo pochi mesi fa la vostra delegazione qui a Roma, per volere del presidente Napolitano, è salita a grado di missione diplomatica e la Svezia vi ha riconosciuto un'ambasciata, per non parlare dell'impegno di un anno fa di Obama, proprio all'Onu.
L'upgrading delle nostre rappresentanze diplomatiche è stato un passo importante di cui siamo grati. Tuttavia occorre distinguere queste iniziative più istituzionali dal piano politico. L'Europa ha da sempre avuto una prudenza politica nel trattare la costituzione reale dello Stato palestinese, prudenza che però è mal interpretata da Israele e letta come un'approvazione di fatto del suo operato nei nostri confronti. Credo che l'Europa debba comunicare meglio questa sua prudenza, sgombrando il campo dai possibili equivoci e sottraendosi a strumentalizzazioni.

Lei parla di Europa come di una realtà con una politica davvero comune. Eppure le difficoltà ad accordarsi sono sotto gli occhi di tutti...
Personalmente sono convinto che l'Europa abbia un ruolo rilevantissimo nel mondo, soprattutto sulle decisioni di politica internazionale. Di più, mi sento di rivolgere un appello in particolare alle autorità italiane perché sia proprio l'Italia a ricoprire un ruolo di avanguardia nel trattare i nodi geopolitici del Mediterraneo e della politica mediorientale, rafforzando la posizione europea. L'Italia, Paese amico di Israele e di tutti i Paesi del Mediterraneo, ha le carte in regola per farlo.

Come legge l'attivismo della Turchia?
Come il frutto dell'arenarsi del processo di ingresso in Europa. Sono convinto che, in gran parte, Erdogan stia cercando un ruolo ancora più forte proprio in vista della sua interlocuzione con l'Europa.

Non crede a un ritorno dell'Impero Ottomano, come talvolta si sente dire?
No. Non credo che ci siano spazi per una reale regia turca del Mediterraneo. Inoltre, dopo la Primavera araba, sarà molto difficile che un Paese arabo accetti ingerenze o influenze pesanti da parte di altri Stati, sarebbe in contraddizione con il principio di autodeterminazione che le rivoluzioni democratiche hanno inteso affermare.

E poi fra arabi e turchi non sempre è corso buon sangue…
Diciamo che non sempre c'è stata simpatia. Però è indubbio che le posizioni decise che il premier Erdogan ha preso anche di recente sono di estrema importanza e gliene siamo grati.

Lei parla di paesi arabi, ma si tratta anche di paesi islamici, e l'islam è un collante cui lo stesso Erdogan fa esplicito riferimento.
La Palestina è per metà, e forse di più, cristiana. In malafede, ne sono sicuro, in molti tendono a dimenticarlo, ma la Palestina è la terra dei cristiani, basti pensare a Betlemme. Noi stessi palestinesi, quando parliamo della nostra terra in modo familiare, la chiamiamo "al muqaddasa", terra santa, e non facciamo allusione solo alla moschea di al Aqsa e alla spianata delle moschee, ma anche ai luoghi di Gesù e dell'Antico Testamento. Da sempre viviamo insieme, e come un solo popolo festeggiamo il Ramadan e il Natale.
Ha fatto riferimento a Gerusalemme, al Quds, in arabo, la Santa, ma anche la contesa, visto che Israele la vorrebbe coma capitale dello Stato ebraico.
Nella risoluzione presentata all'Onu, accettiamo che Gerusalemme possa essere anche capitale di Israele, doppia Capitale, un po' come Roma per l'Italia e lo Stato vaticano.

La pensa così anche Hamas?
La questione di Hamas, al di là delle strumentalizzazioni, è una questione in sé poco rilevante. Mi spiego: è un partito di opposizione, un partito estremista se si vuole, ma di opposizione al nostro stesso governo. E gli accordi si fanno con i governi. Noi stessi non abbiamo mai sollevato al governo Netanyahu il problema dei partiti estremisti di Israele. Eppure ci sono.

Come quelli che vorrebbero trasferire in territorio palestinese gli arabi che vivono in Israele?
Ad esempio. Gli arabi che vivono in Israele sono israeliani. Pensare diversamente sarebbe ritornare a logiche quasi di deportazione.

Che cosa vi aspettate davvero con il voto dell'Onu?
Che questo passaggio formale importantissimo possa rilanciare il negoziato diretto con Israele, che noi vogliamo più di tutto. Sappiamo bene che senza questo rapporto diretto con il governo israeliano l'esistenza, non solo sulla carta, del nostro Stato è impossibile. Per questo ci auguriamo che il voto della settimana prossima ci permetta di riprendere questo negoziato e di portarlo davvero a buon fine, per il bene nostro, di Israele e di tutto il mondo.

Serena Forni Tajé dal "Secolo d'Italia" 17-09-2011

venerdì 5 agosto 2011

ATTACCO FINANZIARIO ALL'ITALIA. Come intrerpretarlo

Pubblichiamo questo interessante articolo tratto dalla rivista Eurasia. A parte le opinioni personali dell'autore dell'articolo contro "Berlusconi che governa solo per i suoi interessi", che noi non condividiamo assolutamente, l'analisi dello scenario internazionale e dell'attacco speculativo all'Italia è correttissima. Buona Lettura!



Cosa si nasconde dietro gli attacchi all’italia? L’italia è un paese in crisi economica con un debito pubblico che rappresenta praticamente il 120% del PIL, ma ha ancora enormi ricchezze e tante imprese pubbliche che fanno grossi guadagni e quindi molto appetibili. Ma c’è una ricchezza di cui nessuno parla: l’Italia ha la quarta riserva di oro al mondo. L’attacco all’Italia è finalizzato a “derubarla” delle sue imprese pubbliche e delle sue immense riserve auree. L’oro è un prodotto strategico e lo sarà sempre di più nel futuro immediato, per cui fa gola.


Attacco all’oro dell’Italia
Lo scorso mese di maggio l’agenzia di rating, Standard & Poor’s, aveva tagliato la prospettiva italiana da stabile a negativa, con la motivazione che il potenziale ingorgo politico poteva contribuire ad un rilassamento nella gestione del debito pubblico, da cui derivava un impegno incerto nelle riforme a sostegno della produttività. Quindi per S&P’s diminuiscono le prospettive dell’Italia per ridurre il debito pubblico.


Dpo Standard & Poor’s anche Moody’s inizia il pressing contro l’Italia, annunciando che il rating italiano ”Aa2” è sotto osservazione e potrebbe essre ridotto. Le motivazioni, ovviamente sono le solite: le debolezze strutturali dell’Italia, la probabile crescita degli interessi, l’incapacità di tenere sotto controllo i conti pubblici e quindi il debito pubblico.
Dalla settimana scorsa, l’attacco all’Italia si concretizza: inizia il crollo della borsa, aumentano gli interessi sul debito pubblico Italiano e la manovra presentata dal Governo con l’inasprimento di bolli e balzelli sui titoli di stato potrebbe far allontanare gli investitori da questi titoli, con la conseguenza di far aumentare ulteriormente gli interessi. Successivamente tale manovra è stata ritirata.
Nella sola giornata del’11 luglio i buoni italiani a due anni sono crollati del 19,88%, pssando da 3,53 a 4,203; negli ultimi giorni hanno un po recuperato, ma siamo sempre a livelli che triplicano i tassi dell’aprile del 2010, poco più di un anno fa; infatti il 16 aprile i bond a 2 anni erano a 1,27.
Anche la borsa italiana è scesa fino a 18.295,19 l’11 luglio, per poi risalire leggermente nei giorni successivi e chiudere la settimana del 15 luglio a 18.450,45; se consideriamo che lo scorso 18 febbraio aveva raggiunto il massimo per l’anno in corso a 23.273,80, significa che da allora, in questi ultimi cinque mesi ha perso il 20% circa.
Inoltre, se consideriamo che l’indice della borsa italiana era a 41.074,00 il 9 di ottobre del 2007, giorno in cui il Dow Jones fece registrare il suo massimo storico, significa che da allora sta perdendo circa il 55% e se, infine, consideriamo che approssimativamente 4 anni fa, il 18 maggio del 2007 l’indice della borsa italiana era a 44.364,00 significa che da allora sta perdendo il 60% circa. Ricordiamo anche, che il 9 marzo del 2009 l’indice FTSE MIB era sceso a 12.332,00; quindi al momento è ancora ben sopra quella quota e dunque se dovesse continuare a scendere non sarebbe una novità. Due anni fa, insomma la borsa era in una situazione peggiore.
Come mai l’attacco all’italia?
Il Financial Times in un articolo dello scorso 10 luglio titolava: “Gli hedge fund Usa scommettono contro i bond italiani”. In realtà, da anni i giornali anglo-americani ed in particolare gli organi ufficiali del capitalismo, come il “The Economist” o il “Financial Times” sono all’attacco dell’Italia. Si sono scagliati anche contro Silvio Berlusconi, massimo rappresentante del capitalismo italiano, praticamente da 17 anni alla guida del paese, alternandosi con i rappresentanti del liberismo del centro-sinistra (Ciampi, Dini, Amato, Prodi).
Come abbiamo già scritto in varie occasioni, il signor Berlusconi, sceso in política per risolvere esclusivamente i suoi problemi, nel pensare troppo agli affari suoi ha finito per frapporsi agli interessi delle grandi multinazionali, della globalizzazione, dei fautori di progetti vuoti come il “Nabucco”.
Il Cavaliere sa bene che le necessità energetiche (primariamente quelle sue e poi, indirettamente quelle degli italiani) non possono essere coperte dai globalisti, dagli anglo-statunitensi e con la sua adesione al progetto di oleodotto South Stream, che si contrappone all’oleodotto “Nabucco”, di interesse anglo-statunitense, necessariamente ha finito per inimicarsi gli USA, che evidentemente hanno deciso di scaricarlo, di liberarsi di lui quanto prima (consiglio sul tema l’articolo: “Gli Stati Uniti, il gasdotto South Strean, Berlusconi e la sinistra”).
Per questa ragione, ultimamente abbiamo assistito a continui viaggi in Usa di politici italiani, alleati (oggi ex) ed avversari di Berlusconi. Negli USA sono stati il suo ex alleato Gianfranco Fini (Vedasi: “E’ Fini la nuova carta degli USA” oppure “Giancarlo Fini interlocutore privilegiato degli USA“) e Massimo D’Alema, rappresentante del partito anglo-statunitense in Italia, di cui la fedeltà al liberismo è ben provata, fin dall’epoca dei bombardamenti della ex Jugoslavia, quando era capo del governo italiano; negli USA è stato perfino Nichi Vendola che ha incontrato il non certo progressista Schwarzenegger (Vedasi: “Vendola incontra Schwarzenegger“).
Sembra veramente strano, ma tutti stanno giocando contro l’Italia ed in particolare contro Berlusconi che alla fine, per certi versi, un po’ facendo marcia indietro, un po’ grazie alle circostanze è risucito, almeno per il momento, a salvare la pelle, ovviamente quella politica, ossia la sua carica di capo del governo. In ogni caso il suo destino è segnato; non andrà avanti per troppo tempo.
E gli italiani, in particolare il proletariato italiano, andrà di male in peggio! I neo moralisti e puritani nostrani che stanno attaccando Berlusconi per via degli scandali sessuali e che presto si sostituiranno al governo di Silvio Berlusconi, sono i rappresentanti di Goldman Sachs, della BCE, del FMI, del partito dei globalisti e degli anglo-statunitensi, che continuamente attaccano l’Italia.
Dunque, perchè i continui attacchi anglosassoni al Cavaliere ed all’Italia? Berlusconi certamente non è attaccato per i suoi scandali sessuali! E’ da ingenui credere una cosa del genere.
L’Italia è un paese in crisi, in profonda crisi economica, con un debito pubblico praticamente impagabile, attorno al 120% del PIL e con le principali imprese del paese che a causa della caduta dei tassi di guadagno si stanno riubicando altrove, in zone che permettono guadagni superiori a quelli dell’Italia. Ma l’italia, pur in profonda crisi ha ancora tanti gioielli, molto appetibili e che le multinazionali anglo-americane sperano di “comprare” a prezzi stracciati.
Gli interessi dei globaloisti e degli anglosassoni puntano a privatizzare quanto c’è rimasto da privatizzare in Italia: dall’ENI, di cui una parte è ancora in mano allo stato, così come pure l’Enel, oltre a Finmeccanica, Fincantieri, Trenitalia, Poste, Televisione pubblica, Ospedali e centri sanitari all’avanguardia nella ricerca, Università, Scuole e imprese municipalizzate, come quelle dell’acqua e della raccolta dei rifuti. A tutto ciò va aggiunto che l’Italia possiede un ricco patrimonio paesaggistico e ambientale, decisamente invidiabile e un ricchissimo patrimonio artístico; in Italia è concentrato il 60/65% di tutti i beni artistici e archeologici dell’umanità.
A tutto questo va aggiunta una ulteriore ricchezza posseduta dall’Italia, di cui nessuno parla: il suo oro!
Nessuno ne parla, ma l’Italia ha la quarta riserva di oro del mondo, che allo scorso giugno ammontava a ben 2.451,80 tonnellate, che al prezzo odierno dell’oro equivale a circa 100 miliardi di euro. Solo FMI e due stati, USA e Germania, hanno riserve auree superiori alla riserva italiana. L’oro è un prodotto altamente strategico destinato a rivalutarsi fortemente nel futuro inmediato, per cui questa ricchezza è molto appetibile.
In questo momento, l’oro italiano è il principale obiettivo su cui hanno messo gli occhi i globalizzatori.
Quindi, l’Italia pur essendo un paese in forte crisi, possiede ingenti ricchezze. Come impossessarsi o meglio derubare queste ricchezze all’Italia ed al popolo italiano? Approfittando dell’enorme debito pubblico, i grandi predatori con l’aiuto dei propri rappresentanti all’interno del paese, ovvero i liberisti nostrani, gli stipendiati di Goldman Sachs, FMI, BCE, Federal Reserve, World Bank, WTO ed affini faranno pressione per ridurre il debito pubblico attraverso la privatizzazione, la vendita, ovviamente a prezzi fortemente scontati, dei beni sopra citati. Come già successo con la privatizzazione delle grandi banche statali, ad esempio, negli anni novanta, lo stato incasserà delle somme che andranno ad incidere in minima parte sulla riduzione del debito, ma allo stesso tempo l’Italia perderà definitivamente i grandi guadagni che queste imprese producono.
La privatizzazione, come insegna la storia, non è mai servita a risolvere i problema di un paese, anzi li ha ingigantiti. Pertanto, nei prossimi anni l’Italia andrà incontro a problemi economici moltio più gravi. Il mancato introito dei guadagni derivanti dalle imprese pubbliche privatizzate, la riduzione della spesa pubblica e lo smantellamento del welfare state, dello stato assistenziale, ma anche l’incremento della disoccupazione e la riduzione dei consumi accentuerà la crisi, che porterà alla chiusura di ulteriori imprese; tutto ciò si ripercuote ovviamente anche sugli introiti dello stato, dato che si determina una riduzione del gettito fiscale, una riduzione delle imposte dirette ed indirette e per conseguenza lo stato avrà sempre meno soldi da distribuire. Come insegna la storia recente, per esempio dell’Argentina o dell’Ecuador, per restare all’America Latina, la conseguenza diretta sarà una inevitabile esplosione sociale, placabile solo con la repressione, con la forza ovvero con una dittatura.
Il futuro dell’Italia appare sempre più nero ed inveitabilmente il popolo italiano sarà costretto a riprendere la via dell’emigrazione.
Come mai gli attacchi a Berlusconi, uno dei massimi rappresentati del capitalismo italiano? Berlusconi, da quando è al governo, fra una orgia e l’altra non ha avuto il tempo di continuare con la svendita del patrimonio italiano, occupandosi esclusivamente degli affari suoi, ovvero di come risolvere i propri problema giudiziari. Ai globalizzatori ha concesso poco, certamente molto meno di chi lo ha preceduto e quindi è normale che sia attaccato. Berlusconi, però dovrebbe comuqnue essere ringraziato dai globalizzatori anglo-aemricani, perchè con la sua política ha contribuito non poco ad incrementare il debito pubblico italiano, dando quindi una grossa mano ai globalizzatori che sulla base del forte debito pubblico, lasciato in eredità anche da Berlusconi, potranno chiedere a gran voce che si proceda con la massima urgenza alla privatizzazione di tutto quanto è possibile svendere.
Ricordiamo che Berlusconi, la prima volta che arriva al Governo era stato preceduto da Carlo Azeglio Ciampi, e questi poco dopo essere diventato capo del governo, il 30 giugno del 1993 nomina un Comitato di consulenza per le privatizzazioni, presieduto da Mario Draghi, uomo Goldman Sachs, non a caso, oggi, arrivato alla presidenza della BCE.
Ciampi aveva proseguito la svendita del patrimonio italiano iniziata dal socialista Giuliano Amato, braccio destro di Craxi (inspiegabile miracolato dai giudici che provvidero a far piazza pulita della classe politrica italiana di allora) e dal “lottizzatore” democristiano Romano Prodi; Romani Prodi venne così definito, per il suo comportamento quando era presidente dell’IRI, da Franco Bechis in un articolo pubblicato su Milano Finanza: “Prodi, all’Iri, lottizzò come un democristiano“.
Sul tema delle privatizzazioni in Italia, invitiamo ancora una volta a leggere l’articolo di Eugenio Caruso su Impresa oggi: “Iri tra conservazione e privatizzazioni“
Insomma l’attacco al Cavaliere si spiega perchè non è considerato all’altezza dei suoi predecessori privatizzatori e quindi si preme per un immediato ritorno di questi.
L’attacco all’italia è finalizzato al furto del suo oro, del suo enorme patrimonio ambientale, artístico e archeologico e delle imprese pubbliche dai grandi guadagni.

giovedì 7 luglio 2011

EROI ITALIANI: OPERAI E SOLDATI (di Marcello De Angelis)

Le nazioni si abbeverano al sangue dei martiri. Non esiste una retorica patriottica pacifista. Ciò che cementa i popoli, ciò che rende inaccettabili gli egoismi, è la memoria di quanti hanno sacrificato la vita perché altri potessero vivere. O vivere meglio.
Una nazione è il prodotto del sacrificio di molte generazioni e di molti uomini e donne. Molti sono morti per segnare o difendere un confine entro il quale essere padroni del proprio destino. Molti sono morti domando la natura. Molti sono morti costruendo case che proteggessero altri, ponti che permettessero loro di mettersi al sicuro, difese dalle invasioni o dai cataclismi. Molti muoiono per poter garantire un tetto ai propri familiari, il nutrimento, l’educazione.
Molti escono di casa baciando i propri figli e dicendogli: “papà deve andare al lavoro”. Alcuni non tornano più. Ogni anno più di mille. Come in una guerra. Altri indossano una divisa, anche loro salutano le mogli e i figli: “Papà va lontano, a lavorare”. Nessuno dice ai figli “papà va a combattere”, né quando va in Afghanistan, né quando va al cantiere. Eppure di questo si tratta. Lontano dall’ipocrisia e dai proclami, dalle strumentalizzazioni dei manifesti e dei comizi, si parte con la consapevolezza di andare a combattere. Forse si torna, forse no. Eppure si va. Solo per i soldi? Non ci crede nessuno. Anche chi va a lavorare spinto dalla miseria, non ci va solo per i soldi. Ci va perché l’uomo è fatto per andare via e tornare con il necessario per la propria famiglia. E oggi sono sempre più numerose le donne che si assumono questa responsabilità e questo rischio.
Si può evitare che qualcuno muoia? Si può garantire che tutti i soldati tornino indenni? Che nessun lavoratore rischi di farsi male? Forse non ci riusciremo mai. Anche i soldati che restano a casa a volte muoiono. Ma non hanno scelto la divisa perché amavano restare chiusi in casa.
Lavoratori, in divisa o in tuta:non si può salvarli tutti, ma ricordarli si deve. Perché tutti apprezzino il loro sacrificio e perché il loro esempio possa salvarne altri.

di Marcello De Angelis dal Secolo d'Italia

domenica 8 maggio 2011

Bin Laden. Se era disarmato, perchè ucciderlo? Riflessione sulle bugie USA:

"Questa volta gli spin doctor della Casa Bianca non hanno fatto un buon lavoro. La ricostruzione della morte di Bin Laden presenta infatti diverse incongruenze. La più evidente riguarda la ricostruzione del blitz e i termini del mandato.

Lunedì pomeriggio il Pentagono ha ammesso che lo scopo della missione non era di catturare vivo Bin Laden ma di ucciderlo. Dopo qualche ora la Casa Bianca ha corretto il tiro, sostenendo che le forze speciali Seal sono state costrette ad ucciderlo in quanto ha opposto una strenua resistenza ed era ben protetto dalle sue guardie del corpo.

Ieri sono stati diffusi numerosi dettagli sul blitz, che è durato 40 minuti, è stato condotto da 79 uomini con il supporto di ben 4 elicotteri. Poi Washington ha ammesso che Osama Bin Laden non era armato quando è stato ucciso, “però aveva un atteggiamento che ha lasciato temere una sua reazione pericolosa”; insomma 79 soldati super armati contro uno disarmato, che però ha compiuto un gesto sospetto e per questo è stato fatto fuori.

E ancora: chi era al comando a Washington? Ci hanno detto che il presidente Obama è stato informato dal capo della Cia Leon Panetta con una frase ad effetto: “Enemy Killed in Action”. Dopo sono uscite le foto di Obama con Hillary e il vice Biden mentre seguivano “il blitz in diretta sia audio che video” grazie a una telecamera sul casco di un soldato. Infine una terza versione: il presidente avrebbe seguito il blitz solo nella fase finale e la decisione di eliminarlo sarebbe stata presa dal capo della Cia Panetta.

Insomma, Obama ha seguto il blitz in diretta sì o no? Se no, perché? Non è lui il Comandante in capo della Nazione? Se non è alla guida in questi frangenti, quando?

E soprattutto: se Osama era disarmato, perché ucciderlo? Vuoi vedere che la versione più autentica è la prima del Pentagono, ma troppo politicamente scorretta per essere dichiarata pubblicamente?

PS Ora salta fuori una terza versione: secondo Panetta né lui né Obama hanno visto l’uccisione perché «Quando il commando è entrato nel compound, c’è stato un periodo di 20 o 25 minuti in cui non sapevamo cosa stesse succedendo». Ogni dodici ore Washington rettifica la versione, con un solo risultato certo: confusione, confusione, confusione."

Dal blog di Marcello Foa.

martedì 22 marzo 2011

l'ipocrisia sulla Libia e la falsa crociata dei Francesi.

In politica estera anche l'Uganda tiene una linea compatta e responsabile. La nostra opposizione invece, dal Pd a Fli e Idv, ha speculato sugli accordi bilaterali fatti dall'Italia con la Libia e la Russia, che ci hanno portato enormi vantaggi commerciali, energetici, economici, oltre al controllo dei flussi migratori verso Lampedusa. Hanno preferito anteporre all'interesse nazionale il solito antiberlusconismo e hanno scoperto che Gheddafi è un tiranno proprio quando l'Italia trasformava la Libia in un neo-protettorato grazie a un trattato di amicizia. Come se lo Yemen, l'Arabia Saudita, l'Iran, la Siria, la quasi totalità dei paesi africani, Cuba, la Cina, mezza Asia, mezza America, fossero territori governati da repubbliche democratiche e non da un manipolo di dittatori che soggiogano miliardi di persone conculcandone le libertà fondamentali, i diritti civili e politici. Come se tutte le potenze occidentali non intrattenessero con queste nazioni, che non conoscono nemmeno il significato della parola "democrazia", rapporti commerciali e non ci concludessero cospicui affari, fregandosene altamente delle popolazioni oppresse.
Così, per l'istantanea soddisfazione di vedere messo in croce un nemico politico, hanno finito per danneggiare la nostra comunità facendo il gioco di quelle potenze straniere che stavano soffrendo l'iniziativa dell'Italia, finalmente emancipata da un pluridecennale rapporto di subalternità internazionale che durava dal secondo conflitto mondiale. Non si trattava di fare la guerra agli Stati Uniti o alla Francia, che restano nostri partner indiscussi, ma di andare sul mercato e spuntare prezzi per l'energia più convenienti di quelli che ci erano imposti dalle multinazionali "tagliagola" degli infingardi alleati occidentali.

Oggi fa piacere constatare che i diritti democratici delle popolazioni civili valgono un intervento militare e attendiamo le relative conseguenze sullo scacchiere internazionale per sceicchi, rais, dittatori, militari e comunisti. La sensazione è che, grazie anche all'importante contributo dell'opposizione italiana, qualcuno non abbia potuto tollerare la nuova centralità acquisita e abbia forzato la mano non già per liberare un paese da uno dei tanti dittatori che ci sono sul pianeta, ma per rovesciare una sorta di "neo-protettorato" che l'Italia aveva costruito in Medio Oriente con metodologie pacifiche e abilità diplomatica. Ma, certo, gridando al carnefice con il "libro verde" e mettendo strumentalmente la questione sul piano dei cittadini oppressi, l'Italia non aveva grandi scelte alternative, né poteva svincolarsi dalla risoluzione Onu n. 1973 che avrebbe trovato applicazione, davanti a casa nostra, anche senza di noi, rimaneggiando ulteriormente il nostro non irresistibile peso geopolitico. Sarebbe stato meglio schierare i Tornado al fianco dei Mig libici e contro i caccia francesi, piuttosto che lasciarli a terra a marcire e veder sfrecciare aerei altrui sul nostro cielo.
E' la dura legge della politica estera che tutti nel mondo e per secoli hanno fatto, nessuno escluso, cercando di tutelare interessi nazionali e non già ponendo con ipocrisia fastidiosa mere questioni di carattere filosofico. Ma stavolta a farlo è stata l'Italia e aver sottratto alle multinazionali dell'energia un mercato quasi esclusivo di 60 milioni di utenti e uno tra i più efficaci sistemi industriali del pianeta ha fatto saltare la mosca al naso, come dimostra anche la solita spocchia francese, così simile a quella che - in politica interna - rende odiosa la sinistra alla maggioranza degli italiani.

Ai cugini francesi non basta aver interferito negli affari italiani, ora vogliono primeggiare, guidare loro la missione internazionale a 200 km dalle coste della Sicilia, ripescano la vanagloria e la prosopopea bonapartista ed è forse per questo che non saranno mai leader di nulla e di nessuno.
E poi c'è un'altra "anomalia", il totale disinteresse con cui viene trattata la questione profughi, lasciandola nelle sole mani italiane. Non si tratta forse delle stesse persone meritevoli di aiuto e difesa dai miliziani di Gheddafi? Dunque, se non ho capito male, quelle persone sono meritevoli di aiuti umanitari, fino all'intervento militare, finché sono sulla terra ferma, ma quando si trovano in mezzo al mare e cercano la fuga dal rais, possono tranquillamente finire tra i pesci... L'ipocrisia non ha davvero confini. Intanto attendiamo con trepidazione analoga risoluzione Onu verso la Cina, per liberare i milioni di 'ospiti' dei Laogai (campi di lavoro forzato). Perché l'Onu la farà, giusto? E la Francia andrà a bombardare Pechino come nazione capofila, giusto? Dalle mie parti chi si accanisce contro armate straccione e si volta dall'altra parte di fronte a eserciti più poderosi e ben più efferati verso i civili li chiamano ... ... (provate voi a dare la definizione giusta). Viva l'Italia


FABIO RAMPELLI (deputato An - PDL)

domenica 20 marzo 2011

LA CACCIA AL TESORO LIBICA, MASCHERATA DALLA GUERRA DI VALORI


1911 - 2011.

esattamente 100 anni dopo la Libia è di nuovo sotto attacco.
Dopo aver seguito per parecchio tempo le vicende nordafricane seguite alle rivolte paicifiche nei paesi arabi, possiamo adesso affrontare una discussione che tocca parecchi argomenti,per meglio capire cosa sta succedendo nel nordafrica e per interpretare il nostro intervento in questo paese.

Partiamo dalla semplice spiegazione degli eventi, che sono molto più chiari di quel che sembra. Non dobbiamo innanzitutto cadere nell'errore di dire che "Gheddafi è un dittatore sanguinario che bombarda la sua gente e non ubbidisce all'Onu", perchè questa è una considerazione che nasce da una conoscenza parziale dei fatti.

La Libia è uno stato sovrano, e gheddafi era riconosciuto dall'intera comunità internazionale come indiscusso capo di stato libico, senza alcun tipo di opposizione organizzata interna nè, tanto meno, senza alcun tipo di resistenza armata da parte delle varie tribù che compongono lo stato nordafricano.

In seguito alle rivolte fatte scoppiare in Tunisia ed Egitto, anche in Libia l'ondata "risorgimentale", come da qualcunoi è stata definita, ha provato a scardinare il potere del colonnello gheddafi in pochi giorni, e subito tutte le nazione europee avevano, affrettatamente, scommesso sulla caduta del dittatore libico, senza però considerare la potenza militare di quest'ultimo.
Per quanto gheddafi non fosse uno stinco di santo, negli ultimi dieci anni almeno faceva comodo a tutti, Francia compresa, viste le enormi riserve di petrolio contenute sotto il deserto e vista l'importanza nella lotta all'immigrazione clandestina assunta dalla Libia.

Ma Gheddafi rappresentava anche un potere incontrollabile, di cui i governi occidentali non potevano disporre a loro piacimento per gestire petrolio e gasdotti; questo spiega come mai gli stati europei abbiano subito appoggiato i ribelli, isolando il compagnuccio d'affari gheddafi, per poterlo evidentemente rimpiazzare con qualcuno di più manipolabile.
L'intervento militare, dal punto di vista di Francia e Inghilterra, si è reso quindi necessario perchè ormai il dado era tratto: se Gheddafi avesse sconfitto i ribelli, alla luce delle dichiarazione degli stati europei, ogni tipo di collaborazione con loro sarebbe stata preclusa. Cosa fare quindi? Semplice, aiutare i ribelli ad andare fino in fondo, abbattendo il "tiranno".

L'Italia in tutto questo è stata cauta fin da subito, al di là degli obblighi minimi di facciata che le imponevano l'appartenenza al'UE, alla Nato e gli accordi reciproci con gli alleati occidentali. Gheddafi non era maniponabile per noi, ma AVVICINABILE, e dal 2008 ad oggi i frutti di questo avvicinamento si sono visti più che con qualsiasi altro stato europeo: sbarchi di clandestini dimunuiti quaso del 100%, importanti accordi per lo sfruttamento del petrolio, commesse statali libiche alle nostre Finmeccanica e Impregilo per opere pubbliche in loco, e così via. Affari per miliardi di €, che facevano dell'Italia il primo partner economico libico in Europa.
E poco importa se abbiamo dovuto riconoscere i "mali" del colonialismo italiano in Libia: meglio accantonare un periodo con luci e ombre (secondo noi con più luci che ombre) che ormai non è più sentito dall'opinione pubblica, per soddisfare le nostre esigenze attuali e future: l'appovigionamento energetico e la lotta all'immigrazione clandestina.

Adesso però l'Italia è minacciata, paradossalmente, dai suoi stessi alleati della Nato. Gheddafi, per quanto fosse canaglia, ha sempre rispettato i patti con l'Italia, attirando su di noi le invidie di Francia e Inghilterra, che ora non aspettano altro che cacciare gheddafi, mandare a monte i nostri accordi economici e sostituire le loro aziende alle nostre nello sfruttamento del petrolio libico.

L'Italia ha quindi dovuto muoversi nel partecipare a una guerra che non voleva, nè sentiva moralmente necessaria, per poter conservare i privilegi acquisiti in Libia.

Una vera e propria caccia al tesoro insomma; tutti alla ricerca delle risorse energetiche libiche, ovviamente mascherate dal problema fondamentale del "rispetto dei diritti umani".
Giusto per specificare, Gheddafi non bombarda il suo popolo, che anzi supporta il colonnello, ma bombarda le fila dei ribelli, composti per lo più da NON LIBICI, per riprendersi legittimamente il controllo del proprio territorio statale.

Non è frose prerogativa esculisva e assoluta di uno Stato sovrano il monopolio della forza militare entro i suoi confini? Le forze lealiste al colonnello combattono contro un fronte di ribellione non ben definito, poichè i "ribelli" non sappiamo esattamente chi siano e cosa vogliano, composto da molti combattenti stranieri, che godono del supporto della comunità internazionale, supporto che adesso si fa anche militare, con una insopportabile ingerenza straniera nei fatti interni di uno Stato sovrano.

In Questo conflitto non c'è assolutamente niente di valoriale: Gheddafi andava bene a tutti fino a due mesi fa, ma adesso appena il suo governo vacilla un po', ecco che gli sciacalli occidentali entrano in azione, cercando di dare la spallata finale a uno dei pochi personaggi del mondo non controllabili direttamente. Ma come, adesso è un dittatore feroce, mentre due mesi fa no? Suvvia, non fatemi ridere..

Regimi sanguinari esistono in ogni parte del mondo, vedere per informazioni le voci Corea del Nord, Cina, Cuba, Sudan.. Eppure la guerra arriva in Libia, come mai?

La caccia al tesoro libica si concluderà con Gheddafi spodestato, con l'Italia beffata dagli "alleati" non appena tenta di crearsi una politica estera ed energetica indipendente dai voleri di USA e Nato, che ormai ci trattano come una colonia, e con la Libia che diventerà, senza alcuna forza democratica organizzata pronta a prendere il potere, una nuova Somalia.

In uno scenario distrutto dalla lotta tra tribù ostili tra loro, che fino ad adesso solamente Gheddafi era riuscito a tenere a bada, saremo noi italiani, che vedremo compromessa la nostra penetrazione economica, ad avere la peggio, insieme ovviamente al popolo libico, che sarà bombardato dalla Nato e che probabilmente cadrà nelle mani dei Fratelli Mussulmani, che non aspettano altro che propagandare le loro idee fondamentaliste anti occidentali in tutto il nordafrica, finora considerato terreno poco fertilo per l'integralismo islamico (anche grazie a Gheddafi che non ha mai permesso il diffondersi delle idee fondamentaliste).

Francia e Usa sono così stupide che sono quasi riuscite a far passare Gheddafi dalla parte del giusto insomma, costringendo l'Italia ad una guerra non voluta, e attaccando il colonnello in un modo assurdo, impedendogli di ristabilire l'ordine nel suo Stato.

lunedì 28 febbraio 2011

Un altro lutto italiano in afghanistan. Onore a Massimo Ranzani.



La lista dei nostri caduti in afghanistan si allunga. Stamattina, un ordigno rudimentale è esploso danneggiando un nostro mezzo "lince" e uccidendo il Tenente Massimo Ranzani, 37 anni, di Ferrara, e ferendo altri 4 soldati italiani a bordo del mezzo.
Possiamo ragionare sulle modalità della nostra missione, possiamo discutere sulla validità della missione stessa, possiamo parlare di concetti di Libertà, Democrazia, Pace e Guerra. Ma al di là di tutto, deve far riflettere un dato.
Il convoglio di cui faceva parte il veicolo Lince colpito oggi era un convoglio di assistenza alla popolazione. Il Tenente Ranzani tornava da un villaggio nella provincia di Shindad, dove i nostri soldati erano stati per portare assistenza sanitaria e medica alla gente del posto.
L'esercito italiano sa benissimo che la prima cosa da fare quando si va in territori difficili è aiutare la gente, per impedire che gli insorti possano trovare terreno fertile per la loro propaganda, e per dare una speranza a uomini donne e bambini che, altrimenti, non vedrebbero medici per mesi, se non per anni.
A turno i nostri soldati girano i villaggi e piantano una tenda ospedale dove poter curare i bambini, somministrare medicine e effettuare visite mediche.

Il Tenete Ranzani stava tornando da una di queste missioni, e qualche terrorista vigliacco ha fatto esplodere un ordigno uccidendo il nostro connazionale.

Ci uniamo al cordoglio della famiglia Ranzani, e ricorderemo il nostro soldato, morto per portare un po' di serenità in quei luoghi martoriati, come un uomo che è morto per alti ideali e con grande spirito di sacrificio.

venerdì 25 febbraio 2011

E Adesso la LIBIA. A CHI CONVIENE?

Per capire che cosa sta accadendo a Tripoli bisogna considerare innanzitutto il quadro strategico. Non siamo di fronte a rivolte spontanee, ma indotte che mirano a replicare nel nord Africa quanto avvenuto alla fine degli anni Ottanta nell’ex Unione Sovietica. Anche allora la rivolta partì da un piccolo Paese, la Lituania, e all’inizio nessuno immaginava che l’incendio potesse propagarsi ai Paesi vicini e non era nemmeno ipotizzabile che l’Urss potesse implodere. Il Maghreb non è l’Unione sovietica e non esistono sovrastrutture da far saltare, ma per il resto le analogie sono evidenti. La Tunisia è il più piccolo dei Paesi della regione ed è servito da detonatore per la altre volte. A ruota è caduto il regime di Mubarak, la Libia è in subbuglio, domani forse Teheran e, magari sull’onda, Algeria, Marocco, Siria. Che cos’avevano in comune i regimi tunisini, egiziano e libico? Il fatto di essere retti da leader autoritari, ormai vecchi, screditati, che pensavano di passare il potere a figli o fedelissimi inetti.

Non è un mistero: le rivolte sono state ampiamente incoraggiate – e per molti versi preparate – dal governo americano. Da qualche tempo Washington riteneva inevitabile l’esplosione del malcontento popolare e temendo che a guidare la rivolta potessero essere estremisti islamici o gruppi oltranzisti, ha proceduto a quella che appare come un’esplosione controllata, perlomeno in Egitto e in Tunisia. Perché controllata? Perché prima di mettere in difficoltà Ben Ali e Mubarak, l’Amministrazione Obama ha cementato il già solidissimo rapporto con gli eserciti, i quali infatti non hanno mai perso il controllo della situazione e sono stati gli artefici della rivoluzione. Non scordiamocelo: oggi al Cairo e a Tunisi comandano i generali, che anche in futuro eserciteranno un’influenza decisiva. Washington ha vinto due volte: si è assicurata per molti anni a venire la fedeltà di questi due Paesi e ha messo a segno una straordinaria operazione di immagine, dimostrando al mondo intero che l’America è dalla parte del popolo e della democrazia anche in regimi fino a ieri amici.

Le dinamiche libiche sono diverse perché Gheddafi non era un alleato degli Stati Uniti e perché le Ong legate al governo americano non hanno potuto stabilire contatti e legami con la società civile libica; insomma, non hanno potuto fertilizzare il terreno sul quale far germogliare la rivolta. Che però è esplosa lo stesso. Per contagio e alimentando non la fedeltà dell’esercito, ma il suo malcontento. Come in tutte le rivoluzioni sono le forze armate a determinare l’esito delle rivolte popolari. Gheddafi in queste ore paga gli errori commessi in passato. Come ha rilevato Domenico Quirico sulla Stampa, il Colonnello, da vecchio golpista qual’era, non si è mai fidato dei generali e ha proceduto a numerose purghe. Gli uomini in divisa per 42 anni lo hanno temuto, ma non lo hanno mai davvero amato. Così ora molti di loro o si danno alla fuga o passano con i rivoltosi soprattutto nelle città lontane da Tripoli. Gheddafi può contare solo sulle milizie private e su una piccola parte dell’esercito; è questa la ragione di una mossa altrimenti inspiegabile come quella di reclutare centinaia o forse migliaia di miliziani africani.

La conseguenza è inevitabile: sangue, sangue e ancora sangue. L’impressione è che Gheddafi alla fine sarà costretto a fuggire. L’immagine, ridicola, del Raìs in auto con l’ombrello ricorda quella di Saddam Hussein braccato dagli americani nei giorni della caduta di Bagdad. In ogni caso la situazione rischia di essere molto imbarazzante per l’Italia. Se il regime dovesse cadere, la Libia tornerebbe ad essere il porto di partenza verso le nostre coste per decine di migliaia di immigrati. Se dovesse resistere, per noi sarebbe imbarazzante mantenere buoni rapporti con un leader sanguinario. E in entrambi i casi ballerebbero contratti milionari per le nostre aziende. Eni in testa. Non dimentichiamocelo: buona parte dei nostri approvvigionamento energetici dipende proprio dal Nord Africa. L’esplosione “controllata” rischia di essere, comunque, devastante per gli interessi del nostro Paese.

Non abbiamo scelta e l’Italia non può certo influire sugli eventi, ma è inevitabile chiedersi: il prezzo è giusto?

Di Marcello Foa, 22-02-2011

domenica 30 gennaio 2011

BLOODY SUNDAY, IRLANDA LIBERA!




30 Gennaio 1972. 13 persone muoiono sotto i colpi sparati dai soldati inglesi a Derry, città dell'Irlanda del Nord, durante una protesta per i diritti civili.

La storia dell'Irlanda del nord è travagliata e affonda le sue radici nel dominio semicoloniale dell'Irlanda da parte della corona inglese. Ma gli irlandesi, popolo fiero, si emanciparono all'inizio degli anni 20, costituendosi nazione indipendente e sovrana. Le contee che formavano l'isola si unirono sotto le insegne nazionali del tricolore bianco verde e arancione, ma 4 contee rimasero sotto occupazione inglese.

L'attuale Irlanda del Nord, con le città di Derry e Belfast, è ancora territorio britannico e negli anni 60 e 70 la lotta politica per riunire alla madrepatria queste zone fu cruenta e provocoò diversi morti. SOldati britannici da un lato, protestanti, e membri dell'IRA (irish repubblican army), irlandesi e cattolici dall'altro. L'idea di non volere più "colonie" in Europa e l'idea dell'autodeterminazione dei popoli, uniti a sentimenti repubblicani, animavano i cattolici dell'Irlanda del Nord e li spingevano a scendere in strada per chiedere a gran voce un'IRLANDA LIBERA E UNITA.

Quel 30 Gennaio, 26 manifestanti disarmati furono colpiti in strada, durante una manifestazione non autorizzata, dai paracadutisti inglesi, nel tentativo di disperdere la folla. 13 persone morirono, tra loro molti ragazzi di appena diciassette anni. QUel giorno, passato alla memoria come BLOODY SUNDAY, la domenica di sangue, fu uno shock per tutta gli irlandesi e suscitò nella popolazione una forte ondata emotiva che si tradusse in un boom di richieste di reclutamenti tra le fila dell'IRA, che conduceva una lotta armata contro gli inglesi.

Nonostante all'Irlanda del Nord sia stata concessa autonomia, le tensioni permangono ancora oggi tra irlandesi cattolici e figli di immigrati inglesi protestanti nelle contee del nord-irlanda. Nel ricordo dei 13 martiri dell'indipendenza irlandese, e nel nome dei nobili ideali che animarono quella lotta, oggi i giovani identitari italiani ricordano il Bloody Sunday, al grido di Tiocfaidh ár lá! (verrà il nostro giorno in gaelico)

giovedì 30 dicembre 2010

SI ALL'ESTRADIZIONE DI BATTISTI!


La nostra presidente nazionale, Giorgia Meloni, ha lanciato la mobilitazione: tutti in piazza se il Brasile non dovesse concedere l'estradizione per il terrorista Cesare Battisti, e la Giovane Italia risponde positivamente a questa "chiamata alle armi" del ministro della Gioventù.
Che concetto di sovranità è quello secondo il quale un criminale che ha commesso un crimine nel nostro paese e per il quale è stato condannato nel nostro paese, non debba scontare la pena appunto nel nostro paese? Le reminescenze dell'ideologia degli anni di piombo si fanno ancora sentire purtroppo in molti intellettuali nostrani, che continuano a schierarsi contro le decisione del governo italiano che vorrebbero l'ex membro dei PAC (Proletari armati per il Comunismo) estradato in Italia, mentre il presidente brasiliano Lula risponde invece picche. La decisione a riguardo sarà presa nelle prossime ore da parte delle autorità sudamericane, e se dovesse essere negativa, i giovani di destra saranno pronti a scendere in piazza contro questa negazione del diritto internazionale che lede i diritti dell'Italia, nonchè delle vittime di questo terrorista.

Cesare Battisti, che porta il nome del ben più degno di fama patriota irredentista del Trentino ucciso dagli austriaci durante la prima guerra mondiale, fu un terrorista comunista rivoluzionario, che riuscì ad evadere dalle nostre carceri dove stava scontando l'ergaSTOLO per 4 omicidi commessi durante gli anni di piombo, ergastolo che ovviamente deve ancora finire di scontare nelle nostre prigioni.

Attualmente in Brasile gode dello status di rifugiato politico, situazione assolutamente ignobile che ribalta la realtà: non esiste da noi nessun regime autoritario che perseguita un martire della libertà, ma è esattamente il contrario: esiste un regime democratico che vuole renbdere giustizia alle vittime di un rivoluzionario pluriomocida sovversivo. Questa scandalosa situazione, che si era già verificata con la prima fuga di Battisti in Francia, è uno schiaffo a tutti i parenti delle vittime dei PAC che ancora oggi chiedono giustizia. Torregiani,Santoro,Sabbadin,Campagna.. Questi i nomi delle 4 vittime accertate dagli inquirenti, a cui ovviamente si sommano le accuse di attività eversiva, rapina a mano armata e aggressione a mano armata.

ESTRADIZIONE SUBITO!

domenica 5 dicembre 2010

ZAPATERO, I MILITARI E IL DIRITTO DI SCIOPERO. DOPPIOPESISMO PURO.

Cronaca dei fatti: i controllori di volo di una nazione decidono di punto in bianco uno sciopero selvaggio, quindi non preanunciato, dopo 4 giorni dalla adozione di un provvedimento sindacale che a loro non va proprio giù. In poche ore gli aeroporti precipitano nel caos, centinaia di partenze e arrivi cancellati, migliaia di viaggiatori bloccati a terra con agiunta di ripercussioni sugli orari di altri aeroporti europei. Il presidente della Nazione colpita dichiara lo stato di emergenza, il cui ultimo precedente risale al governo dittatoriale che esisteva 30 anni prima, e manda i militari a prendere il controllo delle torri di controllo. Da quel momento i controllori di volo scioperanti sono sottoposti a legge marziale: i militari gli impongono di tornare a lavorare, altrimenti saranno giudicati da tribunali militari secondo la legge marziale. Risultato più che ovvio --> sciopero rientrato.


Proviamo a calare questi due esempi in due nazioni europee ora.

ITALIA: Berlusconi proclama la legge marziale contro gli scioperanti. I sindacati parlano di attentato alla libertà di sciopero, le opposizioni scendono in piazza, manifestanti di vario tipo (studenti, precari, disoccupati, sindacati, collettivi, centri sociali) sfilano davanti al Parlamento e devastano Roma scontrandosi con la polizia, mentre nelle altre città d'Italia vengono fatti oggetto di lanci di uova, petardi e bombe carte sedi del PDL, la sede di Libero e il Giornale che hanno difeso l'iniziativa del governo, comuni gestiti da amministratori di centrodestra, Fini parla di "attentato alla costituzione" e Casini di "reazione spropositata". I giornali di sinistra lanciano titoloni in prima pagina con immagini di manifestanti insanguinati e foto di militari che maltrattano i controllori di volo e i titoli sono eloquenti: "E' GUERRA" titola l'Unità, "GOLPE MILITARE" titolano invece il Manifesto, la Repubblica parla di "FINE DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA" e il tg3 manda in onda tutta la notte speciali interviste e servizi dove i manifestanti e i controllori di volo accusano i militari di "indicibili violeze nei nostri confronti".


SPAGNA. Dopo l'intervento dei militari, proclamato dal vicepresidente spagnolo (Zapatero infatti non ha osato farsi vedere in tv dopo la faccenda) la situazione negli aeroporti sta lentamente tornando alla normalità. Il partito di Zapatero, il partito socialista, continua a governare e la gente plaude all'intervento dei militari che ha posto fine a uno sciopero selvaggio fatto da circa 150 persone che hanno bloccato decine di migliaia di persone paganti.


LASCIO A VOI LE CONCLUSIONI...




giovedì 21 ottobre 2010

IL CORAGGIO DI UNA VENTENNE


Esempi di giovani che ogni giorno si impegnano per cambiare la realtà in cui vivono ce ne sono a bizzeffe in Italia e in Europa, ma troppo spesso i media sono impegnati solo a parlare di ciò che va male e di ciò che andrebbe cambiato, senza mai menzionare quello che funziona e le cose che stanno cambiando.

Colpisce la storia di Marisol Valles, appena 20 anni, studentessa universitaria di criminologia, che nella cittadina messicana di Guadalupe è diventata capo della polizia della zona.
Marisol non è una militare, ma una civile, che assumendosi personalmente il rischio di morire ha deciso di rispondere all'appello delle autorità per l'incarico di capo della polizia, ed è stata l'unica a presentarsi come candidata; il perchè è presto detto.

Guadalupe ha diecimila abitanti, ed è al centro del commercio di droga dei potenti narcos messicani, gente pronta a tutto e armata fino ai denti, che contende intere zone al governo messicano per poter continuare a trafficare droga in tutta tranquillità. Solo nell'ultima settimana a Guadalupe sono state uccise 8 persone, annualmente parliamo di qualcosa come 2000 omicidi, persino il sindaco è stato ucciso poco tempo fa: il suo cadavere è stato trovato decapitato. Stessa sorte è toccata al precedente capo della polizia, decapitato a casa sua dopo una furibonda sparatoria. Per questo nessuno a Guadalupe ha voluto accettare l'incarico e Marisol, dal basso dei suoi 20 anni, si è detta "qualcuno dovrà pur farlo" e si è presentata lei.

In una città dove la gente ha paura di uscire di casa e dove le autorità vivono senza una reale protezione e rischiano tutti i giorni la vita, la sfida ai narcos è affidata a una giovane studentessa dagli occhi neri e dai capelli lunghi, che si è già messa al lavoro e che vorrebbe indirizzare il lavoro della polizia lungo due vie: lotta ai narcos e impegno civile, con presidio di scuole e di centri di impegno sociale per i giovani guadalupensi, perchè nessuno più di lei sa che i ragazzi del luogo non hanno speranza di vita e di lavoro in un paese del genere.

Quello di Marisol è un fantastico esempio di gioventù responsabile e con dei valori forti. Sperando che possa portare avanti il suo nuovo lavoro le auguriamo buona fortuna, e ci auguriamo che i risultati arrivino presto. Ovviamente i narcos le hanno già lanciato contro minacce di morte: ciò è un segnale positivo, poichè significa che quei mafiosi d'oltreoceano hanno già paura di lei.

sabato 9 ottobre 2010

Meglio morire in piedi che vivere una vita strisciando! ONORE AI CADUTI!


E così altri nostri 4 militari lasciano la vita in quella terra bella ma desolata che è l'afghanistan, uccisi in un modo vigliacco da gente vigliacca, e d'altronde solo così possono sperare di uccidere i nostri uomini, poichè in un combattimento regolare avrebbero sicuramente la peggio.

Il caporal maggiore Gian Marco Manca, 32 anni, di Alghero, il caporal maggiore Marco Pedone, di 23 anni,di Patù (Lecce), il caporal maggiore Francesco Vannozzi, 26 anni, di Pisa e il caporal maggiore Sebastiano Ville, 27 anni, di Francofonte, in provincia di Siracusa, sono le vittime dell'attentato che ha distrutto questa mattina uno dei nostri mezzi Lince impegnato in una scorta ad un convoglio civile di 70 camion. Il mezzo è saltato in aria su un ordigno piazzato sotto la strada e subito dopo i talebani hanno tentato un assalto a colpi di arma da fuoco al convoglio, ma sono stati respinti dagli altri nostri soldati della scorta. Un quinto soldato è ferito, ma non è in pericolo di vita.

L'intensificazione degli attacchi nei nostri confronti è dovuta agli ottimi risultati che si stanno ottenendo nella lotta ai talebani, che perdono terreno e si sentono minacciati. I soldati italiani sono in prima linea e svolgono con un attaccamento al dovere esemplare il loro compito, ma senza dimenticare una cosa fondamentale: la vicinanza e l'aiuto alle popolazioni civili. Laddove i talebano arrivano solo con regole che impongono mozzature di mani, di orecchie, di lingua, e indottrinamento ideologico e religioso ferreo, noi arriviamo costruendo nei villaggi pozzi e scuole, addestrando la polizia locale e portando cure mediche.

Onore a voi cari caduti del 7 reggimento alpini Belluno, inquadrati nella brigata JULIA, quella che si distinse nella seconda guerra mondiale per il valore con cui lottò sul fronte russo, in condizioni nettamente inferiori rispetto al nemico. Evidentemente buon "NOME" non mente! Come ha scritto sulla sua pagina di facebook tempo fa uno dei soldati oggi caduti, MEGLIO MORIRE IN PIEDI CHE VIVERE UNA VITA STRISCIANDO!

ONORE AI CADUTI!