Nei momenti felici di una grande nazione, la gioventù prende gli esempi; nei momenti difficili, li da.
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mercoledì 22 maggio 2013

DOMINIQUE VENNER: IL SACRIFICO NEL NOME DELLA CIVILTA'

A 78 anni ci si può togliere la vita per un'Idea? Spesso negli ambienti di destra si dice e si ripete che i giovani sono coloro che veramente possono attuare i cambiamenti, le iniziative militanti, financo le rivoluzioni, e la frase di Berto Ricci che campeggia nel nostro blog (nei momenti felici di una nazione la gioventù prende esempio ,nei momenti difficili lo da)ne è un esempio. Lungi da noi dal pensare il contrario, un signore francese di 78 anni ci ha dimostrato però che anche chi non è più giovane anagraficamente può essere di esempio nei momenti difficili della propria Nazione. Il gesto estremo compiuto da Dominique Venner vuole scuotere sopratutto i giovani dal torpore in cui dormono sonni sereni, spesso a causa di una società che di certo non contribuisce molto a svegliarti e anzi, fa di tutto per anestetizzarti: nasci, consuma, divertiti, muori.

Grande storico francese con centinaia di pubblicazioni all'attivo e grandi approfondimenti sulla storia francese e sul marxismo, è stato un intellettuale molto attivo politicamente durante la sua vita: volontario durante la guerra franco-algerina, militante politico di movimenti nazionalisti tra i quali recentemente il Front National e ultimamente molto vicino ai comitati francesi in difesa della famiglia naturale, Venner ha deciso ieri di farsi da parte nella lotta ideale per il rispetto della Tradizione europea, della Vita e contro il relativismo culturale del quale l'Unione Europea è la massima esponente. Non si è messo in pantofole in salotto ad aspettare che i giovani raccogliessero il suo testimone, ma ha deciso di farsi da parte da protagonista, e con un gesto ecclatante, sparandosi in bocca all'interno della cattedrale di Notre Dame, simbolo del suo paese, la Francia, dove la questione identitaria è molto sentita dalla popolazione. Un intellettuale atipico diremmo, abituati come siamo in Italia ai nostri cervelloni che lanciano moniti sulle pagine di Repubblica e Corriere contro omofobia, razzismo, berlusconiscmo, fascismo, e difendono i cari ragazzi dei centri sociali, difendono le Femen, difendono i no tav e l'Unione Europea, in un crescendo di relativismo culturale che vorrebbe eliminare qualsiasi nostro punto fermo e ogni traccia della tradizione e della identità del popolo italiano ed europeo.

Un tempo Yukio Mishima, in Giappone, si dava la morte con l'antico rito del Seppuku, squarciandosi la pancia con una lama da samurai esattamente come voleva la sua tradizione nazionale e spirituale giapponese, insidiata dal consumismo occidentale, per denunciare proprio l'uccisione del tessuto tradizionale del sol levante nel nome della modernità senza valori. Jan Palach ed Alain Escoffier si diedero fuoco in Cecoslovacchia e in Francia per protestare contro il comunismo che soffocava le libertà dei popoli distruggendo le loro tradizioni e le loro istituzioni nel nome del supremo potere rosso. Oggi, nel 2013, dove le nazioni europee (e in Francia questa situazione è ancora più evidente) e il pensiero culturale europeo sono minacciati dal relativismo impostoci dall'Unione Europea e da altri organismi sovranazionali (Onu, BCE ecc), Venner si suicida per far riflettere noi giovani, per farci aprire gli occhi dinanzi ad una società che ci vuole tutti uguali, che vuole che i popoli perdano le loro peculiarità mescolandosi senza criterio, che vuole annientare la comunità locale e nazionale per sostituirle con organizzazioni sovranazionali comandate da persone non elette (come è l'UE), che vuole che il nucleo fondamentale della nostra civiltà, la famiglia, sia sconvolta dal fondamento che la vuole costituita da un uomo e una donna che diano la vita ai loro figli, nel nome dell'uguaglianza tra orientamenti sessuali.

Qui pubblichiamo la traduzione della lettera che Dominique Venner ha lasciato prima di uccidersi.

Le ragioni di una morte volontaria

Io sono sano di corpo e di spirito e ricolmo d’amore per mia moglie e i miei figli. Amo la vita e non mi aspetto nulla dall’al di là, se non la perpetuazione della mia razza e del mio spirito. Tuttavia, giunto al crepuscolo della mia esistenza, posto di fronte agli immensi rischi che sta correndo la mia patria francese ed europea, io mi sento in dovere di agire, fintanto che ne ho ancora la forza.

Ritengo necessario sacrificarmi al fine di interrompere il letargo che ci opprime e offro ciò che resta della mia vita per un atto che intende esprimere una volontà di protesta e di fondazione. Ho scelto un luogo altamente simbolico, la cattedrale di Notre-Dame de Paris, che io rispetto ed ammiro: essa fu edificata dal genio dei miei antenati su di un suolo dove un tempo vennero celebrati culti più antichi, che richiamano alle nostre radici primordiali. Oggi che tanti uomini sono divenuti schiavi della loro vita, il mio gesto intende incarnare l’espressione di un’etica della volontà. Io mi do la morte al fine di risvegliare le coscienze assopite.

Io insorgo contro la fatalità. Io insorgo contro le perversioni dell’anima e i desideri individuali ormai incontrollabili che stanno distruggendo i nostri ancoraggi identitari e soprattutto la famiglia, intimo fondamento della nostra civiltà plurimillenaria. E siccome io difendo l’identità di tutti i popoli, insorgo anche contro quegli atteggiamenti criminali che mirano ad estinguere il nostro popolo.

Il pensiero dominante non riesce ad uscire dalle sue ambiguità tossiche: esso appartiene al fondo dell’anima degli europei ed occorre tirarne le conseguenze. Noi siamo privi di una religione identitaria alla quale aggrapparci, ma possediamo, da Omero in poi, una nostra specifica memoria storica, tesoro di tutti quei valori sui quali noi possiamo fondare la nostra rinascita, rompendo con la metafisica dell’illimitato, sorgente nefasta di tutte le derive moderne.

Io domando perdono in anticipo a tutti coloro che soffriranno per la mia morte, e soprattutto a mia moglie, ai miei figli e ai miei nipoti, così come ai miei amici e sodali. Ma, una volta superato lo choc provocato dal dolore, io non ho dubbi che gli uni e gli altri comprenderanno il senso del mio gesto e trascenderanno la loro sofferenza in fierezza. Io voglio sostenere coloro che si sforzano di durare. Essi troveranno nei miei scritti recenti la prefigurazione e la spiegazione del mio gesto.

lunedì 19 marzo 2012

Le sezioni, dove ognuno costruiva il suo sogno

C’erano una volta le sezioni di partito. C’erano una volta i partiti, verrebbe da aggiungere. Quelli, tuttavia, ci sono ancora. Leggeri, come si usa dire. Liquidi, che è cosa diversa da trasparenti. Le sezioni, invece, no. Il circolo ne è il succedaneo, ma il sapore resta diverso e sfidiamo chiunque a sostenere che la margarina possa davvero sostituire il burro. Stesso discorso per il club, luogo neutro a metà tra l’ufficio di rappresentanza e quello di collocamento. I comitati elettorali, poi, sono tristemente estemporanei. Nascono, crescono e muoiono nell’arco di poche settimane: bruchi che non diventano farfalle. Alimentano suggestioni spudoratamente mirate al consenso e si spengono come fuochi fatui lasciando tracce di nastro adesivo sulle vetrine e santini eccedenti da smaltire. I militanti in crisi di vocazione vengono rimpiazzati, all’occorrenza, dalle hostess. I contenuti soppiantati dalla (bella) presenza.

Sembra passato un secolo e sono appena pochi lustri. Una stagione, quella della partecipazione politica, rimossa dall’immaginario collettivo, quasi sconosciuta dalle giovani generazioni. Quando la scelta elettorale presupponeva anche una relativa affiliazione sindacale, sportiva e ricreativa. Dopo il “rompete le righe” di Tangentopoli, simboli e partiti con cui gli italiani avevano una lunga “familiare” consuetudine, sono stati archiviati. «Eppure dietro il simbolo sbarrato sullo Scudo Crociato, la Falce e il Martello, il Garofano Rosso, la Fiamma Tricolore, l’Edera Verde, il Sole Nascente, la Bandiera Tricolore con la scritta Pli, la Rosa nel Pugno, c’erano delle narrazioni, delle visioni del mondo, degli intenti pedagogici, delle agenzie di formazione e informazione».
Così scrive Andrea Pannocchia nel volume Quelli che… la sezione. La militanza politica in Toscana nella Prima Repubblica (Eclettica Edizioni, pp. 345 euro 16). Intendiamoci: quella di Pannocchia, dottore di ricerca in Sociologia della Comunicazione presso l’Università di Firenze, non è un’operazione vintage. Schiva, con l’obiettività dello studioso, la tentazione di farsi laudator temporis acti, «adulatore di un passato che spesso si tende a considerare una sorta di Eden perduto».
La questione che pone è: si è buttato via, assieme all’acqua, anche il bambino? La mission del libro è cercare di ricostruire, attraverso la voce dei protagonisti, come si viveva la politica ai tempi della Prima Repubblica. Un viaggio a ritroso nel tempo, ma finalizzato a capire qualcosa di più sull’attualità e soprattutto sulle prospettive del nostro sistema partitico. Chi erano e che vita conducevano i militanti? Come si diventava dirigenti di partito e amministratori pubblici? Com’era stata vissuta la scomparsa dei rispettivi partiti e se e come vi era stata una ricollocazione nel nuovo sistema? Pannocchia, aiutato da Fabio Calugi per la componente storiografica, ha lasciato che a rispondere fossero dieci politici locali, uno per ognuno dei dieci partiti e delle dieci province toscane presenti nel 1987, anno campione della ricerca. Anno in cui tutti erano contro tutti, senza alleanze precostituite e con il Pci a farla da padrone. Regione “rossa” per eccellenza, la Toscana, in cui in nove province su dieci il partito di gran lunga più forte era quello comunista, che arrivava dietro alla Dc solo in provincia di Lucca.
«Terra irriducibile ai cambiamenti esterni come il villaggio gallico di Asterix di fronte agli assalti dei romani», ma non per questo priva di vivacità. Il saggio di Pannocchia ne offre uno spaccato inedito: «I radicali ospitati, quasi come marziani, nelle Case del Popolo di Prato, i minatori missini di Ribolla che combattono battaglie di sopravvivenza politico-sindacale mentre i cislini della Lebole di Arezzo si mobilitano per non soccombere all’egemonia della Cgil, i repubblicani sfrontati che vanno ad attaccare manifesti a Turano, la frazione più rossa di Massa, i militanti di Dp di Empoli che vogliono convincere i clienti della Coop a boicottare i prodotti israeliani, i fascisti grossetani sostenitori di Junio Valerio Borghese o che rimpiangono le imprese orbetellane di Italo Balbo; i socialisti di Pontedera che arrivano prima dei comunisti al domenica mattina alla Piaggio a distribuire L’Avanti!».
Più che davanti a un saggio sembra di venire proiettati in un romanzo corale in cui non tutti gli “eroi” hanno un nome. Ci sono quelli che l’autore chiama «gli angeli del ciclostile», quelli che non sono mai stati eletti ma che non per questo hanno vissuto meno intensamente quegli anni. Forse non erano “tecnici”, ma ingegnosità e generosità ne avevano in abbondanza. Personaggi eccezionali nella loro normalità e talvolta picareschi nel vissuto politico quotidiano. Idealisti e cinici, manovratori di eserciti e avventurieri solitari. Esistenze divise tra momenti privati e
istituzionali, passioni di parte e responsabilità di amministratori del territorio. Ognuno con una storia da raccontare, le cui parole, parole di militanti che in molti casi sono stati e sono importanti dirigenti e pubblici amministratori, aiutano il lettore a capire cosa significasse «aprire una sezione, condividere idealità, organizzare riunioni, formare decisioni e quanto una sezione potesse diventare anche uno spazio fisico e simbolico da difendere».
Perché chi decideva di fare politica, in particolar modo nel Msi, sapeva di mettere a repentaglio la propria vita. Senza, peraltro, avere alcuna prospettiva di “carriera”. La testimonianza di Andrea Agresti, classe 1953, consigliere regionale del PdL con un passato da militante della Giovane Italia e poi del Fronte della Gioventù – «segretario per carenza di militanti», si schernisce – è esemplare. Dopo oltre vent’anni di consiglio comunale, ovviamente all’opposizione, nel 1997 divenne vice sindaco di Grosseto, carica che ha mantenuto per due mandati. «Avrebbe mai pensato, da militante missino, di diventare un giorno vice sindaco della sua città?», gli domanda l’autore. « No, anzi non pensavo nemmeno di invecchiare», è la significativa risposta.
Il tempo, però, passa. La legge elettorale è cambiata, il venir meno delle preferenze sembrerebbe rendere l’organizzazione superflua, la selezione della classe dirigente non passa più per le sezioni ma avviene per mera cooptazione. Ed è un male, perché i giovani, grazie al confronto con i “vecchi”, i militanti più esperti, diventavano di norma uomini culturalmente più solidi e amministratori preparati. Certo, ci sono le nuove opportunità offerte dalle moderne tecnologie di comunicazione e altre forme di autorganizzazione dal basso. C’è Facebook. C’è Twitter. Con le epoche storiche cambiano modalità ideali e pratiche del fare politica. Se uno in un partito si trova in minoranza, piuttosto che misurarsi con gli altri, ne fa subito un altro. Con buona pace di chi l’ha votato.
Pannocchia non si iscrive nel novero degli apocalittici. La sfida con la modernità non si affronta alimentando velleitari ritorni al passato. Il che non toglie – conclude l’autore – «che non si costruisce niente senza un partito vero, un’organizzazione, una struttura fatta di militanza, di confronto fra la base e i vertici, uno scontro anche interno se necessario duro, una serie di regole democratiche per la selezione delle classi dirigenti. Senza dei valori, delle coordinate culturali, di un minimo comune denominatore. Senza precisi canali di partecipazione e processi di formazione incentrati su una lunga gavetta. E molto spesso senza un luogo in cui ritrovarsi e discutere». Le sezioni, per l’appunto. Dove sia ancora possibile costruire progetti, elaborare visioni, organizzare adeguate forme di militanza politica. Anche in tempo di antipolitica dilagante? Sì, perché costruire è meglio che demolire.

di Roberto Alfatti Appetiti dal Secolo d'Italia

venerdì 1 luglio 2011

Il ricordo di Pietro Taricone, che odiava i salotti e amava l'avventura.



Pietro Taricone ha avuto “una fine da guerriero, una fine dove fatalmente si mescolano l’uomo con il personaggio, la finzione con la realtà, il coraggio con la malasorte”. Icona della prima edizione del Grande Fratello, dopo l’ubriacatura di notorietà, l’attore campano aveva demolito colpo su colpo ogni stereotipo sui protagonisti dei reality.
Come? Scegliendo la sobrietà, lo studio della recitazione, l’impegno nel sociale, il paracadutismo con Casapound (aiutava i meno abbienti ad avvicinarsi alla disciplina finanziando un prestito d’onore da restituire in dieci rate). Ai ritrovi di star e starlette nelle discoteche preferiva la vita ritirata con l’amata Kasia Smutniak. In campagna, lontano dai riflettori, per praticare i valori più sani su cui si fonda una comunità familiare. Un anno fa “O’ Guerriero” ha trovato la morte nel tragico atterraggio a Terni dopo un lancio da 1500 metri.

Andava a scuola nello stesso liceo di Roberto Saviano. L’autore di Gomorra dopo la sua scomparsa, scrisse una lettera a Il Mattino: “E lui sulla soglia del circo mediatico seppe prendersi il suo tempo, scegliere il suo percorso, approfittare dell’opportunità avuta per studiare e migliorarsi. Non farsi ferire dalla bile o dalle accuse per il successo che in certe parti d’Italia è la colpa peggiore. Amava volare, “perché il cielo non tradisce” come ogni paracadutista sa. A tradirlo è stato l’atterraggio, è stata la terra”. Con Saviano, Taricone condivideva la passione culturale per gli “irregolari”: si erano formati su autori scomunicati dalla sinistra, da Julius Evola a Ernst Jünger. “Ero di destra da ragazzo - raccontò Taricone - come lo si è allora, da idealisti, per aver letto Hegel e Nietzsche alla dannunziana. (...) Al liceo mi affascinava il pensiero della destra mitologica, l’incarnazione della forza, Fichte, l’architettura ideologica del fascismo. E mi chiedevo sempre: chi è cchiù forte, Kant o Hegel? Gentile o Croce?”.

Non era un settario, aveva sullo zaino la fiamma tricolore e il volto di Che Guevara, come molti ragazzi del Fronte della Gioventù. Di tutte le “meteore” passate dai reality, è stato l’unico a conservare un nome ed un cognome. Era insofferente ai “ritmi” del guru Maurizio Costanzo, stretto nel ruolo di “bullo della Casa”. E allora tagliò la corda e decise con umiltà di ritagliarsi uno spazio per “merito”, non per grazia ricevuta dalla sovraesposizione mediatica legata al format Endemol. Insomma si giocò fino in fondo la partita nel mondo dello spettacolo, senza dimenticare l’amore per la compagna e la figlia: “Al mattino mi sveglio e bacio Sophie e Kasia”. Aveva grinta e personalità per imporsi e nella sua troppo breve stagione terrena comprese che non era utile piegarsi ai conformismi: “Vado in televisione solo se ho qualcosa da dire. In tv vogliono che io racconti le mie emozioni, le mie passioni... Ma stiamo pazziando? L’atteggiamento bullesco serve proprio a questo: a cautelare la propria intelligenza. Io lo chiamo pudore”. Ecco, ci mancherà il suo pudore.


di Michele De Feudis da robertoalfattiappetiti.blogspot.com

martedì 8 marzo 2011

8 MARZO: quale festa per le donne?


Escort, veline e queste moderne femministe sono tutte figlie della stessa cultura

Come ogni anno, l'8 marzo risveglia nelle donne gli antichi fermenti del femminismo sessantottino. Alcune sono ancora intente a trovare la loro liberazione sessuale dentro un locale di striptease maschile, mentre le altre, quelle apparentemente più fedeli ai dettami del '68, scendono in piazza per denunciare, oggi come ieri, la supremazia maschile sulle donne, continuando la loro opera di informazione femminista dai giornali e dai luoghi di potere. Gli slogan e le rivendicazioni sono lo stesse di quarant'anni fa. L'evoluzione sociale e la condizione femminile sembrano essersi fermate a quegli anni.

Per queste post-femministe la società è ancora specchio delle gerarchie maschiliste, che soffocano la libertà delle donne, attraverso pregiudizi, tabù e famiglia. L'unica cosa che, però, sembra essere cambiata, oltre all'età di queste non più giovanissime manifestanti, è la sostanza dei loro slogan, il background del loro slancio ideale. Se, infatti, ancora oggi, queste donne gridano che la loro rivalsa può essere raggiunta solo attraverso la liberazione sessuale, essa adesso veste nuovi panni. Non è più quella liberazione sessuale, trasformatasi inevitabilmente in disponibilità sessuale. Le femministe si sono oggi riscoperte moraliste. Un buon numero, infatti, di quelle ragazze che dicevano nel loro manifesto di Rivolta femminile di “accogliere la sessualità in ogni sua forma” e teorizzavano l'amore libero, oggi hanno raggiunto altissimi posti di potere ed invece di portare la “fantasia al potere”, vi hanno portato un moralismo tanto ipocrita quanto contraddittorio.

Troviamo oggi tutte queste femministe pronte ad accusare di immoralità certe donne e puntare il dito verso atteggiamenti “moralmente sconvenienti”. Vengono gettate alla gogna quelle ragazze che vendono il loro corpo a uomini potenti, quelle ragazze che decidono coscientemente di mettere in mostra il loro corpo e lavorare grazie ad esso.

Ieri le mogli e le madri, oggi escort, veline e vallette varie diventano l'obiettivo primario contro cui si scagliano queste post-femministe, solo oggi pronte a criticare quel mercimonio del corpo femminile, che loro stesse hanno creato ed incentivato.

Tutte queste donne sembrano aver dimenticato le loro lotte condotte in piazza, dimenticano di avere a lungo professato un tipo di sessualità finalizzato all'esclusivo soddisfacimento dei bisogni fisici, un amore consumistico, usa e getta, privo di qualsiasi implicazione sentimentale, dimenticano di aver portato avanti lotte per la depenalizzazione dell'aborto, visto come un mezzo per poter finalmente vivere questo falso amore senza alcuna conseguenza, dimenticano di avere lottato contro quei nuclei sociali tradizionali, come la famiglia, vista come riduzione della donna a personale domestico ed oggetto da riproduzione, ed il matrimonio, interpretato come forma di prostituzione legalizzata, dimenticano, insomma, tutto il loro passato...

Eppure escort, veline e queste moderne femministe sono tutte figlie della stessa cultura e per di più le prime sono riuscite a realizzare l'utopia sessantottina. Ieri bruciavano i reggiseni in piazza, in segno di liberazione sessuale e teorizzavano l'amore libero, oggi mettono in pratica gli insegnamenti delle loro madri. Infatti, non soltanto particolari categorie perseguono questi insegnamenti. Si tratta anche di normali ragazze, che sono cresciute con il mito della libertà sessuale. I piaceri ed i corpi sono considerati secondo una logica consumistica. Partner sempre diversi vanno accumulati per dimostrare la propria libertà sessuale e, forse, per colmare i vuoti provocati dalla demolizione della famiglia.

Le escort e le ragazze che in vario modo vendono il loro corpo sono ragazze che decidono liberamente di usare la propria sessualità a proprio vantaggio. Hanno raggiunto la tanto agognata libertà sessuale, non sono più vittime dei pregiudizi sociali e dei tabù. Sono le figlie dello slogan “Il corpo è mio e me lo gestisco io”.

Eppure oggi le post-femministe si vergognano delle loro figlie e si rifiutano di ammettere a cosa hanno portato le loro teorizzazioni. Hanno ottenuto ciò che volevano: hanno distrutto la famiglia, tolto valore al matrimonio e reso libera sessualmente la donna, ma non sono soddisfatte dei loro stessi insegnamenti.

A distanza di quarant'anni hanno rinnegato le loro teorizzazioni, capendo che la loro utopia femminista, più che liberare la donna, conduce alla sua autodistruzione.

La rivoluzione sessuale ha portato le donne ad essere nuovi oggetti sessuali, oggetti sessuali coscienti ed accondiscendenti. Ogni tipo di messaggio è rivolto al corpo femminile. Quel corpo che viene visto come l'unico mezzo per raggiungere la felicità, attraverso diversi modi di offrirsi.

Quel femminismo esasperato, visto solo in termini di contrapposizione uomo-donna e non in termini di integrazione sociale, ha visto anche la nascita di quell'aberrante fenomeno dell'uguaglianza indiscriminata fra uomo e donna.

Uomo e donna non sono da considerarsi esseri naturalmente diversi, con diverse inclinazioni e diverse strutture mentali, ma con pari diritti e dignità, vanno, piuttosto, visti esattamente uguali, e, proprio come auspicava il femminismo sessantottino, le categorie sessuali vanno totalmente cancellate. Questa assurda deriva femminista non ha fatto altro che generare donne travestite da uomo, donne che pretendono di occupare tutti i posti di lavoro occupati dagli uomini, senza dimostrare sul campo la loro superiorità lavorativa e donne in carriera che vedono nella famiglia e nella maternità solo un ostacolo alla loro realizzazione professionale.

Il femminismo si è perfettamente realizzato nella “mistica della seduzione”, nella capacità di usare il proprio corpo per realizzarsi. Tutto ciò altro non è se non la naturale conseguenza di quel femminismo, ma solo oggi quelle donne si sono rese conto delle aberrazioni che hanno creato con le loro idee. Oggi cercano di riparare ai danni provocati, ma sarebbe preferibile che per fare ciò si spogliassero definitivamente di quella cultura sessantottina, invece di vestire il femminismo di contraddittorio moralismo.



Valeria Mannino

www.plusultraweb.it


lunedì 21 febbraio 2011

DESTRA: OGNUNO LA SUA

Destra e sinistra sono concetti che si affermano con la democrazia parlamentare come collocazioni o meglio “posti a sedere”… Nei secoli ci si sforza di riempire le sedie di significato: contingente (su una scelta specifica) filosofico, sociale o sociologico, internazionale, persino antropologico...

Con la caduta del Muro e la fine del mondo bipolare, la comunità “intellettuale” (quelli che leggono, scrivono e poi si rileggono) ha ritenuto più o meno giustamente che le categorie sino ad allora date per scontate non avessero più ruolo, ragion d’essere, legittimità o utilità… Il problema è che questa élite di pensatori e scrittori non rappresenta quasi nulla per la stragrande maggioranza dei cittadini europei e occidentali che - se legge - legge qualcosa di già digerito dieci volte, banalizzato, volgarizzato e generalmente stantio. Quindi, le analisi dei politologi e degli scienziati della politica sono giuste in teoria ma - come spesso accade - la realtà (che è quella cosa che resta uguale indipendentemente dai nostri desideri) non ne prende alcuna nota e va avanti per la sua strada ignorandoli.



Dopo Fukuyama tutti diventano liberali… Con Wojtyla, a un certo punto, tutti si riscoprono cattolici… Con Huntington tutti si riscoprono patriottici… E si cerca di smembrare ognuna di queste categorie nella propria scatola. Il tentativo di definire nuove categorie o clivadges è rimasto puro quanto sterile esercizio accademico.

Nella vulgata, “destra” e “sinistra” continuano a sopravvivere e a farla da padroni nell’irreversibile semplificazione della cronaca politica.

Il problema nasce a questo punto: le scatole sopravvivono e sono scatole così enormi, ingombranti e opache che la quasi totalità delle persone ne vede solo l’esterno. Si parte quindi alla rinfusa per dare nuovo contenuto ai contenitori, ognuno improvvisando a modo suo. I politici di lungo corso cercano di riattualizzare le tradizioni, quelli nuovi e rampanti strillano le loro banalità per appropriarsi di storie e blasoni che non gli appartengono. Intellettuali che hanno cambiato ambizioni o mecenati - o più semplicemente hanno esaurito un filone o hanno litigato con gli amici di sempre - ridefiniscono le categorie aggiustandole sartorialmente attorno a se stessi. Si verificano così “incursioni”, “commistioni”, “trasformazioni”, “tradimenti”, “contaminazioni” e varie altre virgolettature che - prontamente incialtronite dalla stampa quotidiana (che fa il suo mestiere di distribuire ai lettori il mondo in pillole e quindi banalizzare, frullare e maciullare tutto in un pappone insipido da speziare e condire con sapori forti per far finta che sappia di qualcosa) - confondono ancor di più idee e ruoli, personaggi e storie.

Quelli che più si impegnano a conservare le caselle sono i sinistrorsi bobbiani come Marco Revelli (che è quasi ossessionato dal compito di preservatore dei significati di destra e sinistra). La sinistra ovviamente è la più attrezzata a gestire la guerra dei significati: è soverchiante in campo accademico, mediatico, giornalistico, editoriale e persino in campo pubblicitario, nelle arti e nell’intrattenimento… Quindi ha in mano la lavagna e i gessetti per fare di continuo la lista dei buoni e dei cattivi. E loro sono sempre i buoni…

Ma il gioco ha smesso di funzionare da quando, inesorabilmente, la sinistra è entrata in crisi in quanto facciata senza palazzo e contenitore senza contenuto. Veltroni le ha dato il colpo di grazia, ma non è stata tutta colpa sua. La logica della creazione di una realtà che contenesse tutto ciò che fosse accattivante e positivo con l’etichetta di “sinistra”, in alternativa a tutto ciò che fosse odioso e deprecabile - anche dentro ognuno di noi, così da proiettarlo all’esterno ed esorcizzarlo - etichettato come “di destra”, non poteva funzionare in eterno.

Funzionava finché la sinistra vinceva - perché più che avere ragione alla gente piace essere vincente - ma alla prima sconfitta ha cominciato a sgretolarsi. Certo, sopravvivono gli apparati, le conventicole, i controlli e i controllori, ma l’era dell’identificazione e del consenso automatico è definitivamente tramontata.

In ossequio alle leggi della fisica e della politica - che, entrambe, non conoscono spazi vuoti - la perdita di attrattiva della categoria “sinistra” ha ridato progressivamente attrattiva all’etichetta “destra”. Ma come dopo uno tsunami, che aveva travolto tutto ciò che era secolarmente considerato di destra sovvertendone i significati, la risacca ha riportato a riva ben pochi oggetti integri e, perlopiù, rottami e detriti.

Come nei film sui naufragi, ben presto sono apparsi sulla battigia indigeni con cappelli piumati, giubbe decorate e sciaboloni - o magari leggiadri abiti da ballo - ritrovati in qualche baule spiaggiato.

Come dopo ogni cataclisma naturale o sociale che si rispetti, essendo stato tutto rimestato, ti trovi il duca che fa il cameriere e il mezzadro che è diventato proprietario terriero e fa il gattopardo. Che ciò sia bene o male ognuno giudichi da sé.

Mao sosteneva che se c’era «grande confusione sotto il cielo» la situazione era «eccellente». Ma lui era un grande capo sovversivo che voleva spazzare via un impero millenario. A noi, la confusione ha sempre dato un tantino fastidio.

Forse la destra semplicemente non c’è più. Forse non c’è mai stata. Forse è meglio così. Potremmo dimenticarne il suono, senza grandi rimpianti, se solo fossimo capaci di dare un altro nome a ciò che siamo ma - soprattutto e di più - a ciò a cui tendiamo, a ciò che vorremmo essere.

Per intanto ognuno dice “destra” o - quasi per pudore - “centrodestra”, ma forse intendendo cose diverse. Qualcuno dice “tizio non è più di destra”, ma poi ammette “io non lo sono mai stato”. Altri reinterpretano, ridefiniscono e riscrivono. Qualcun altro, semplicemente, se ne frega, cavalca l’onda positiva e, semmai, quando dirsi di destra sarà definitivamente passato di moda, si definirà in qualunque altro modo gli possa convenire in quel momento. Difficile a crederlo, ma ne esiste di gente così… Soprattutto in politica.

di Marcello De Angelis