Nei momenti felici di una grande nazione, la gioventù prende gli esempi; nei momenti difficili, li da.
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lunedì 14 marzo 2011

Auguri Italia, terra di mezzo contrassegnata da eccessi e opposti


"In vista del suo compleanno, provo a disegnare un ritratto senza retorica del l’Italia presente. Evito i fumi, punto sui dati reali e prendo lo spunto dai nostri odierni primati. Procedo per coppie di fatti,all’apparenza opposti. Dunque, co minciamo dal ritratto biologico. Siamo il paese più longevo d’occidente e il pae se che fa meno figli nel mondo. Un re cord positivo ed uno negativo, anche se qualche spirito apocalittico potrebbe ro vesciare il giudizio e dire che è male un paese di vecchi ed è bene non mettere al mondo altre creature. Siamo con la Ger mania il paese con la percentuale più al ta di anziani. Sulla denatalità c’è una lie ve risalita di recente, ma restiamo i più avari di figli. Come leggere questo dop pio dato? Da un verso che, tutto somma to, abbiamo una buona qualità della vi ta, e nonostante i problemi sanitari e civi li, ce la passiamo bene e non facciamo figli anche per non turbare questo benes sere.

E dall’altra parte siamo egoisti, o forse solo egocentrici, non pensiamo al futu ro e siamo concentrati sul presente, sul nostro io e sulle nostre comodità. Seconda coppia di fatti. Siamo il paese col più alto tasso di proprietari di case e siamo il paese a più alta densità di cellu lari pro capite. Abbiamo il primato degli immobili e dei telefoni mobili. Il primo proviene dalla nostra matrice antica e re­alista che ci lega al mattone e alla terra rispetto al capitale finanziario; è il no stro familismo atavico che si fa focolare domestico, è il nostro mammismo ende mico che si fa utero abitativo.

Il secondo dato sembra il suo contrario ma non lo è. Nel record di telefonini c’è tutta la nostra vocazione alla chiacchiera e allo sfogo, la voglia di prolungare la casa anche fuori casa, la nostra paura della solitudine e la nostra preferenza per la cultura orale. Il telefonino, benché cordless, è un cordone ombelicale invisibile con mamme, fidanzate, amanti e amici. Abbiamo anche un vecchio primato di case mobili, ovvero di auto pro capite, che ci contende solo il minuscolo Lussemburgo. Ma non dimentichiamo che eravamo sudditi del regno Fiat.

Terza coppia di primati: siamo noti nel mondo come il paese della dolce vita e insieme come il paese della malavita. Siamo primatisti mondiali nella qualità della vita, aiutati dal clima, dalle bellezze dei luoghi naturali e culturali e dall’amabile vita dei centri storici. E rendiamo lieve la vita col senso del comico e l’allegria conviviale. Difetta il senso della comunità, ma non quello della comitiva. Ma siamo anche il paese che ha esportato al mondo più di ogni altro anche le comitive malefiche: la mafia, la camorra e la ’ndrangheta. Persino il lessico per indicare la malavita nel mondo è di provenienza nostrana; si parla di mafia russa, cinese o kosovara.

Quarta coppia di fatti italiani da primato mondiale: siamo il paese con più leggi del mondo e con meno osservanza della Legge e più vertenze giudiziarie a testa del mondo. Le due cose non sono scollegate. Da un verso proveniamo dalla più alta e sofisticata civiltà giuridica al mondo, la romanità; dall’altro i tempi biblici dei nostri processi, il tasso record d’impunità, la vocazione di attaccabrighe, la capienza inadeguata delle nostre carceri, la selva di leggi nella foresta oscura dell’illegalità dimostra una cosa: siamo la culla del diritto ma anche la bara. La culla del diritto è a due piazze, ha un diritto e un rovescio per una coppia di gemelli: il diritto e il dritto, ossia Romolo e Remo-contro.

Forse siamo il paese più intelligente del mondo, di certo siamo il paese più furbo. E siamo il paese con la più viva fantasia e individualità. Ma qui è difficile dimostrarlo con dati statistici, perché il terreno è vago, fluido e mutano i parametri: tuttavia l’impressione è assai diffusa, e non solo da noi. Lascio perdere gli altri primati mondiali e spesso ereditari, in cucina e nella lirica, nella moda e nei beni artistici, nel design e nel business del calcio. Questa è l’Italia, e vorrei dire l’Italia tutta, sommando le sue tante differenze, locali e caratteriali. Siamo un paese con molto umor proprio. Un paese disegnato già dalla geografia per essere cullato e per crescere egocentrico e speciale: vedetelo nella culla mediterranea, col suo corpicino umano che si stende al centro del mondo, ben delineato dai mari e dall’arco alpino.

L’Italia è una persona, anima e corpo. Patria e Matria, nutria e nutrice. Infine l’Italia è un paese di cui si possono dire due cose opposte: è il paese della guerra civile permanente tra due Italie che si detestano da secoli, ed è il Paese del compromesso strisciante e incessante, dove si trova sempre una via di mezzo, un accordo sottobanco, tra il bianco e il nero, il credente e l’ateo, il padano e il terrone, la regola e l’infrazione, il liscio e il gasato. Infatti da lungo tempo siamo in coma volontario: non ci decidiamo a risvegliarci o a finire e sopravviviamo lungodegenti nella via di mezzo. "


Di Marcello Veneziani

UNA CIVILTA' LUNGA SECOLI..


BUON COMPLEANNO ITALIA!

mercoledì 9 marzo 2011

UNITA' D'ITALIA SI, (MA SENZA MENZOGNE)

PUBBLICHIAMO L'ARTICOLO SCRITO PER PLUS ULTRA WEB DA UN RAGAZZO DELLA GIOVANE ITALIA SICILIA.


La querelle sul 17 marzo non è stata edificante. Dibattere sull’opportunità di festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia in base al dato economico è stato francamente mortificante. Ma dietro le provocazioni leghiste si cela un sentimento molto radicato, da nord a sud, di insofferenza rispetto a certa “esaltazione acritica di un patriottismo parolaio” ben descritta da Giordano Bruno Guerri. Intendiamoci, la stragrande maggioranza degli italiani non mette in dubbio il valore dell’unità nazionale ma, dopo 150 anni, non si può pensare di rinvigorire negli italiani l’amore per la patria con i racconti del libro Cuore o con aneddoti eroici dimenticando il vero corso della storia. Una storia fatta anche di intrighi massonici, di stermini e di saccheggi, in particolare ai danni delle popolazione del meridione. Il sud fu teatro della “prima guerra civile italiana” (a nord si svolse la seconda e ben più grave tra il 1943 ed il 1945) tra italiani del settentrione e del meridione.
Altro che “fratelli d’Italia”, prima e dopo il 1861 al sud si fronteggiarono giovani italiani in una lotta fratricida.

Quei “piemontesi” e quei “briganti” furono però vittime della classe dirigente dei vari regni preunitari, accomunata dalla stessa miopia politica. Già nel dibattito dei primi decenni dell’ottocento c’era la consapevolezza che la condizione prioritaria per arrivare ad un’unificazione giusta, accettata da tutti, era costruire una confederazione italiana di Stati sovrani, senza alcuna prevaricazione da parte di una corona sull’altra. Questa ipotesi fu ad un passo dalla sua realizzazione. Saltò tutto per colpa della scarsa lungimiranza di Francesco II di Borbone. Poi la storia è nota: Cavour, pur ritenendo inizialmente l’unità nazionale una “corbelleria”, si rassegnò cinicamente all’idea di “piemontesizzare” tutta l’Italia; Garibaldi invase la Sicilia con l’appoggio della flotta britannica e la sostanziale corruzione delle più alte gerarchie dell’esercito regolare del Regno delle Due Sicilie. Per “convincere” le popolazioni del meridione della bontà del processo unitario, il neonato Stato emanò la legge Pica del 1863 con la quale impose lo stato d’assedio, trasferì i poteri ai tribunali militari, utilizzò lavori forzati e fucilazioni, sospese ogni garanzia costituzionale.


Eppure, nonostante i tanti errori di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze, senza il Risorgimento non si sarebbe arrivati a realizzare il sogno manzoniano dell’Italia “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”. Quell’unità malfatta, con i conseguenti rancori tra nord e sud, furono in parte superati nel fango delle trincee del Carso e dell’Isonzo durante la prima guerra mondiale. Lì non c’era tempo per dividersi, per rinfacciarsi le colpe dei padri. C’era la patria da difendere, la voglia di riscattarsi dopo Caporetto. Bisognava sforzarsi di parlare l’italiano per comprendere gli ordini. Tedeschi e austriaci stavano per dilagare nella penisola, bisognava fare scudo con i propri corpi sul Piave. Siciliani, romani e veneti piangevano per i propri commilitoni uccisi e gioivano per le vittorie. Fu il cameratismo delle trincee a creare il collante nazionale. Questa è la verità che il compagno Benigni non può dire a Sanremo.

A Vittorio Veneto si consacrò l’unità reale delle genti italiche. Ma si trattò solo di una “rinascita”. L’Italia non è infatti nata nel 1861, o nel 1918 o addirittura nel 1946. Per capire quando è nata la nostra patria dobbiamo scomodare un grande letterato russo, Fedor Dostojevskij, che scrisse nel suo Diario di uno scrittore: “Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale e, quando non lo comprendevano, lo sentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale”.

Da palermitano critico verso il Risorgimento dico che bisogna superare gli antichi risentimenti e celebrare insieme l’unità ritrovata. E allora festeggiamo il 17 marzo, ricopriamo le città di tricolori, suoniamo e cantiamo l’inno anche senza un pallone da calcio. Ma spieghiamo, soprattutto alla gioventù italiana, che la nostra patria, la terra dei padri, ha una storia nobile molto più antica degli ultimi 150 anni. Spieghiamo agli italiani di Bolzano e di Palermo che, parafrasando il professore Tommaso Romano, lo spirito italiano è pre-politico, genetico, linguistico e affonda le sue radici nella romanità, nella cultura greco-latina e nel medioevo cristiano. Tale spirito, sempre secondo Romano, è da ascrivere all’ethos della “nazione spontanea”, una dimensione profonda che sedimenta nella coscienza i tratti della tradizione di un popolo. Solo così potremo vincere le sterili provocazioni della Lega.

Mettiamo quindi da parte le misere esaltazioni patriottarde condite da menzogne storiche, parliamo dell’Italia vera. Vedrete che i tricolori sventoleranno orgogliosamente ancora più in alto.


Mauro la Mantia

www.plusultraweb.it

mercoledì 2 marzo 2011

IL DECALOGO DEI PATRIOTI

Pubblichiamo il DECALOGO DEI PATRIOTI, iniziativa promossa dai ragazzi della Giovane Italia aderenti alla rete Identità e Libertà.

IL PATRIOTA


E' ORGOGLIOSO DI ESSERE ITALIANO, E DISPREZZA CHI DENIGRA L'ITALIA ALL'ESTERO

AMA LA SUA BANDIERA

VUOLE CHE IL FEDERALISMO SERVA ALL'ITALIA


SOSTIENE L'ECONOMIA REALE E NON LA FINANZA SPECULATIVA

CREDE CHE L'IDENTITà SIA LA FORZA DI UN POPOLO

PROMUOVE IL MADE IN ITALY

ESALTA LA TRADIZIONE POPOLARE E LE NOSTRE RADICI CRISTIANE


CREDE NELLA POLITICA COME SERVIZIO ALLA PATRIA

VUOLE LA BELLEZZA COME DIMENSIONE ETICA DELLA VITA

VUOLE UN'ITALIA PROTAGONISTA NEL MEDITERRANEO, IN EUROPA E NEL MONDO

martedì 22 febbraio 2011

CONTRO OGNI LOGICA DIVISIONARIA!


Nota della Direzione Nazionale di Giovane Italia

Esprimiamo la nostra più grande soddisfazione per la scelta del Consiglio dei Ministri di stabilire la data del 17 marzo come giorno per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia. Finalmente si supera ogni logica divisionaria, per onorare coloro che hanno scelto di ricostruire un'Unità d'Italia e che oggi trasferiscono idealmente a noi il testimone. Esprimiamo inoltre particolare gratitudine al Ministro e Presidente nazionale dell'organizzazione giovanile, Giorgia Meloni, che si è battuta più di tutti per celebrare questa festa, e che ha espresso all'interno del Consiglio dei Ministri la voce di un'intera generazione. Riprendendo le splendide parole di Benigni, ci auguriamo che questo sia solo il primo passo per sentirci ogni giorno, sempre di più Italiani.
Negare il valore del Risorgimento come collante della nostra sensibilità culturale e del nostro bagaglio identitario è fuori luogo e fuori tempo, ed è per questo che la polemica sulla perdita economica per un giorno di festa, suonava sinceramente strumentale. Si può ridurre la memoria ad una questione di bilancio?
Preferiamo che per un giorno il mondo dell'economia si fermi, che si blocchi la retorica sulla produttività mancata, che si eliminino tutti i tentavi strumentali di far emergere leghismi di ogni tipo e di ogni genere e ci si interroghi su cosa è oggi il senso profondo di un'appartenenza, sul valore dell'identità nazionale nel tempo globalizzato e secolarizzato, e su come tramandare l'esempio di quei folli ventenni agli italiani che verranno.

giovedì 17 febbraio 2011

MANIFESTO DI "GIOVENTU' RIBELLE" INIZIATIVA PER IL 150esimo DELL'UNITA' D'ITALIA

MANIFESTO
GIOVENTU' RIBELLE

''Ci hanno tacciato di essere facinorosi. Pazzi. Gente che non ha nulla da perdere. Adesso che tutto e' riuscito battono le mani e plaudono ai giovani eroi. In verita', abbiam vissuto fatti che sembrano usciti dalla fantasia di un romanziere. '' Dal Diario di uno dei Mille.

Gioventu' Ribelle e' un programma del Ministero della Gioventu', realizzato in collaborazione con il Comitato per le celebrazioni del 150esimo anniversario dell'Unita' d'Italia, l'Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Museo Centrale del Risorgimento e numerosi altri enti ed istituzioni. Gioventu' Ribelle e' innanzitutto un tributo alla generazione che 150 anni fa fece da levatrice al sogno di unita' nazionale. E' un progetto che si snoda attraverso molteplici iniziative e lungo l'intero territorio italiano, realizzato per coinvolgere i giovani di oggi in un viaggio nella memoria appassionante, ma anche ricco di suggestioni per valorizzare il proprio presente.

Il programma Gioventu' Ribelle si apre ufficialmente con la grande mostra che dal Vittoriano di Roma e dall'inaugurazione del novembre 2010, si muovera' incontro alle principali citta' italiane. Prima di far ritorno nella capitale verso la fine del 2011, arricchita con i contributi che giungeranno dalle tappe precedenti. Sara' una mostra, realizzata da Comunicare Organizzando, che combinera' l'uso di nuove tecnologie con cimeli originali, nella volonta' di far vedere come le idee di alcuni dei protagonisti del nostro Risorgimento riescano a parlare anche a oggi alle nuove generazioni.

Gioventu' Ribelle e' un percorso guidato attraverso i luoghi della memoria dell'Unita' d'Italia. Un cammino da fare a piedi, in bicicletta o in treno, lungo le Strade della Liberta', sulle tracce di quei ragazzi generosi e ribelli che con la loro fede, talvolta con il loro sangue, innalzarono una nazione dove prima non c'era. Il progetto e' realizzato in collaborazione con Ferrovie dello Stato, AIG - Associazione Italiana Alberghi per la Gioventu' , Mondadori.

Gioventu' Ribelle e' la musica di ieri e di oggi. Grandi concerti a cui parteciperanno i piu' importanti artisti italiani di oggi. Ma e' anche l'occasione per riscoprire la musica che faceva palpitare i giovani cuori di 150 anni fa, contribuendo a formare nelle coscienze di allora il sentimento dell'unita' d'Italia. Il progetto e' realizzato in collaborazione con il Ministero della Difesa ed MTV Italia.

Gioventu' Ribelle e' un tour teatrale che attraversera' tutta la penisola per descrivere le gesta dei giovani ribelli, la loro solidarieta', insieme alla bellezza delle citta' da cui provenivano. Un lungo viaggio che grazie ai testi e alla musica popolare rendera' possibile raccontare l'Italia attraverso le patrie diffuse che la compongono e la arricchiscono. Il progetto e' realizzato in collaborazione con Rsi Group e Moa Festival.

Gioventu' Ribelle e' un videogioco per immedesimarsi nei ragazzi e nelle ragazze che fecero l'Italia. Per imparare le tappe storiche che condussero all'unita' della nazione. Uno strumento ludico e formativo nello stesso tempo. Il mezzo piu' diffuso di intrattenimento tra le giovani generazioni messo al servizio della memoria nazionale. Il progetto e' realizzato in collaborazione con il Gruppo Produttori Italiani di Videogiochi di Assoknowledge, Confindustria.


PER SAPERNE DI PIU' http://www.gioventuribelle.it

domenica 13 febbraio 2011

L'UNITA' D'ITALIA E' CATTOLICA!

Gli italiani sono “gli azzurri”. Nessuno sa che con i 150 anni dell’Italia unita, si festeggiano anche i 100 anni dell’ “azzurro” come colore nazionale. Viene dall’iconografia mariana e la dinastia sabauda ne fece un suo simbolo.

Scrive Luigi Cibrario, storico della monarchia: “quel colore di cielo consacrato a Maria è l’origine del nostro color nazionale”.

Tutto cominciò il 21 giugno 1366. Amedeo VI di Savoia salpa da Venezia per la Terra Santa, per la crociata voluta da papa Urbano V e sulla sua nave ammiraglia – accanto al vessillo dei Savoia – fa sventolare uno stendardo azzurro con una corona di stelle attorno all’ immagine della Madonna, per invocare “Maria Santissima, aiuto dei cristiani”.

L’azzurro di quel vessillo mariano fu ripreso da alcuni cavalieri sabaudi che, in onore alla Santa Vergine, cinsero delle sciarpe azzurre sull’uniforme.

Ne nacque una tradizione, fra gli ufficiali savoiardi. L’azzurro entrò a far parte dei simboli dinastici e il 10 gennaio 1572, con Emanuele Filiberto, la sciarpa azzurra diventò ufficialmente parte dell’uniforme. E poi dell’araldica del Regno d’Italia.

Pare che sia diventato il nostro colore ufficiale nelle competizioni sportive, per la prima volta, a Milano, il 6 gennaio 1911, per la partita di calcio Italia-Ungheria: quindi cento anni fa.

La piccola storia di questo simbolo fa capire che la tradizione cattolica impregna totalmente la storia italiana. D’altra parte il Regno dei Savoia è sempre stato cattolicissimo.

Con la restaurazione fu l’unico regno italiano, insieme allo Stato pontificio, ad abolire il Codice napoleonico: “la dinastia sabauda” scrive De Leonardis “aveva dato alla Chiesa cinque beati e vantava titoli di fedeltà al Cattolicesimo che fino al 1848 erano forse superiori a quelli dei Borbone e degli Asburgo; a differenza di questi ultimi i sovrani sabaudi non si erano compromessi con le idee illuministe e massoniche”.

Sarà l’ultimo re d’Italia infine a donare alla Chiesa la più preziosa delle reliquie: la Sindone.

Che l’unificazione d’Italia sotto il re sabaudo – con Cavour – abbia preso la forma di un conflitto contro la Chiesa è una di quelle tragedie storiche che probabilmente nessuno volle in maniera deliberata.

Basti pensare che il Regno sabaudo nel suo Statuto proclamava il Cattolicesimo come sua religione ufficiale. E poi c’è anche il cattolicesimo di molti patrioti (come il Pellico) e infine il fatto che lo stesso Pio IX era un entusiastico sostenitore dell’unificazione nazionale (per via federale).



Non solo quando fu eletto, con il Motu proprio “Benedite, Gran Dio, l’Italia”, quando il nome del Pontefice veniva invocato dai patrioti (ed erroneamente costoro pretesero di trascinare il Papa a far la guerra all’Austria: da qui il no e la rottura).
Pio IX restò legato all’ideale dell’Italia sempre, anche nel pieno del conflitto risorgimentale. E questo è un aspetto quasi sconosciuto.

Come i cattolicissimi Savoia, anche il Papa visse un drammatico conflitto interiore fra il dovere di difendere la Chiesa – che veniva aggredita e spogliata dal nuovo Stato – e la sua personale simpatia per la causa nazionale.

Un giorno un conte germanico in visita al Santo Padre gli manifestò il suo sdegno per l’aggressione in corso ai danni dello Stato Pontificio e della Chiesa, e, dopo averlo ascoltato, Pio IX mormorò ai suoi: “Questo bestione tedesco non capisce la grandezza e la bellezza dell’idea nazionale italiana”.

Errori tragici ve ne furono da entrambe le parti. E certamente l’idea di unificare l’Italia non per via pacifica e federale come prospettava il Papa, ma per via militare e sotto una sola dinastia fu devastante anche per il meridione d’Italia, dove da secoli governava una monarchia legittima quanto quella sabauda.

Ben ventidue anni fa, nel 1988, quando ancora non era emersa la Lega Nord, scrissi un libro di denuncia contro il Risorgimento come “conquista piemontese” e – curiosamente – fu pubblicato dalla Sugarco di Massimo Pini, un editore molto vicino al garibaldino Bettino Craxi. Il libro – riedito sei anni fa col titolo “La dittatura anticattolica” uscì quando nessuno metteva in discussione il Risorgimento.

Oggi che – al contrario – è diventata una moda, vorrei sommessamente dire il mio “Viva l’Italia!” e penso che si debba festeggiare il 17 marzo.

Per noi cattolici c’è comunque qualcosa di provvidenziale nel Risorgimento italiano (anche nella fine del potere temporale dei papi, come ebbe a dire Paolo VI), perché Dio sa scrivere diritto anche sulle righe storte degli uomini.
E infine ha fatto salvare l’indipendenza, l’unità e la libertà dell’Italia proprio ai cattolici e al Papa, il 18 aprile 1948, a cento anni esatti dalla preghiera per l’Italia di Pio IX.
Del resto il cattolicesimo era il solo cemento degli italiani. Infatti cosa li univa nell’Ottocento? La lingua no. Nel 1861 gli italiofoni erano solo il 2,5 per cento della popolazione, perlopiù toscani (gli stessi Savoia a corte parlavano francese).
Nemmeno l’economia li univa: la Sicilia era più integrata economicamente all’Inghilterra che alla Lombardia e il Piemonte più alla Francia che alla Sicilia.
Ciò che univa il Paese erano Roma e le tradizioni cattoliche. Tanto è vero che il poema della risorgente nazione italiana fu il poema della Provvidenza, “I promessi sposi” del cattolicissimo Manzoni.

E fu deciso “a tavolino” che la lingua italiana fosse, da allora, quella della Divina Commedia dantesca, cioè il più grande poema mistico e addirittura liturgico della storia della Chiesa.

Perfino il tricolore adottato dai Savoia – nato apparentemente ghibellino – è intriso di tradizione cattolica.
Lo studente bolognese Luigi Zamboni, che col De Rolandis lo concepì nel settembre 1794, nell’entusiastica attesa dell’arrivo napoleonico che avrebbe liberato dal giogo dello Stato pontificio, partì dallo stemma di Bologna, quella croce rossa in campo bianco che viene dalle crociate e dalla Lega lombarda (a cui Bologna appartenne). Al bianco e rosso lui aggiunse “il verde”, che – disse – era “segno della speranza”.

In effetti simboleggiava la speranza nella tradizione cattolica, come virtù teologale, insieme alla fede, che aveva come simbolo il bianco, e alla carità (il rosso).

Non a caso il primo “bianco, rosso e verde” lo troviamo proprio nella Divina Commedia, sono i vestiti delle tre fanciulle che, nel Paradiso terrestre, accompagnano Beatrice e che simboleggiano appunto le virtù teologali (Purg. XXX, 30-33).

Lo stesso “mangiapreti” Carducci, che certo non era ignaro di Dante, né di dottrina cattolica, nel suo discorso ufficiale per il primo centenario della nascita del Tricolore, a Reggio Emilia, dà, a quei tre colori, proprio il significato della Divina Commedia (fede, speranza e amore, sia pure in senso laico).

E’ ovvio che la Chiesa sia intimamente legata a questa terra “onde Cristo è romano” e pare evidente la missione religiosa dell’Italia (sembra che la parola I-t-a-l-y-a in ebraico significhi “isola della rugiada divina”).

Nessuno però sa che è stata addirittura la Madonna in persona a “consacrare” il tricolore nell’importante apparizione del 12 aprile 1947 a Roma, alle Tre Fontane, a Bruno Cornacchiola (il mangiapreti che si convertì).

Era un fanciulla di sfolgorante bellezza e indossava un lungo abito bianco, con una fascia rossa in vita e un mantello verde.

Consegnò al Cornacchiola un importante messaggio per il Santo Padre. E poi alla mistica Maria Valtorta spiegò che apparve “vestita dei colori della tua Patria, che sono anche quelli delle tre virtù teologali, perché virtù e patria sono troppo disamate, trascurate, calpestate, ed io vengo a ricordare, con questa mia veste inusitata, per me, che occorre tornare all’amore, alle Virtù e alla Patria, al vero Amore”.

Aggiunse che era apparsa a Roma perché “sede del papato e il Papa avrà tanto e sempre più a soffrire, questo, e i futuri, per le forze d’Inferno scagliate sempre più contro la S. Chiesa”.

Aggiunse che apparve per la terribile minaccia del “Comunismo, la spada più pungente infissa nel mio Cuore, quella che mi fa cadere queste lacrime”.

Essa è “la piovra orrenda, veleno satanico” che “stringe e avvelena e si estende a far sempre nuove prede”, una minaccia “mondiale, che abbranca e trascina al naufragio totale: di corpi, anime, nazioni”.

Era in effetti il 1947. L’Armata Rossa stava marciando su mezza Europa, fino a Trieste. E l’Italia il 18 aprile 1948 si salvò solo per l’impegno del papa e della Chiesa, da cui venne alla patria uno statista come De Gasperi, che salvò la libertà e così compì davvero il Risorgimento.

Antonio Socci

Da “Libero”, 13 febbraio 2011

La sala del Tricolore, sede del consiglio comunale di Reggio Emilia, dove fu esposto per la prima volta nel 1797 la nostra bandiera.

venerdì 11 febbraio 2011

Giorgia Meloni (Giovane Italia). SOSTITUIAMO IL 17 MARZO AL 25 APRILE!

Cresce il dibattito sul 17 marzo, giorno in cui si celebrerà il 150º anniversario dell’Unità d’Italia. Si discute sul senso che deve avere e sulla necessità o meno di celebrarlo alla stre gua di una festa nazionale. Forse non è un male, almeno siamo tutti costretti a un confronto più onesto e trasparente. Personalmente, resto convinta che almeno una volta ogni 150 anni ci sia bisogno di 24 ore per ricordare una grande avventura collettiva che innalzò una nazione, dove prima c’erano solo un popolo lacerato e un territorio conteso tra potenze straniere.

Ventiquattr’ore per celebrare le ragioni del nostro futuro in comune. Per ritrovare stima e coscienza della propria identità culturale. Per rinsaldare il legame tra le generazioni nel tempo, e insieme il legame tra gli uomini e le donne che vivono oggi nello stesso luogo. Non mi sembra cosa da poco. Credo valga la pena dedicargli un giorno di festa. Naturalmente a patto che sia davvero tale e non solo un giorno di vacanza. Che lo si festeggi insomma, come un compleanno. Vorrei che ciò avvenisse non solo nel 2011, ma tutti gli anni. Questo è il senso del 17 marzo e non riesco a condividere le opinioni, talvolta molto autorevoli, che vorrebbero declassare questa data a una celebrazione di serie B. Non mi pare di aver mai udito alcuna voce levarsi in difesa della produzione o dell’istruzione nazionale per il 2 giugno o il 25 aprile.

Non vorrei che il 17 marzo si celebrasse a scapito di altre date, sia chiaro. Eppure avrebbe maggior senso festeggiare il giorno dell’unità degli italiani anziché momenti in cui gli italiani si sono divisi, come quando prevalse nel referendum l’ordinamento repubblicano sull’ordinamento monarchico. E sono colpevole di apologia del fascismo se ritengo che la data di nascita della nazione italiana si collochi nel Risorgimento e non nella Liberazione? La verità è che per troppi anni abbiamo riempito l’assenza di una giornata dedicata all’unità del nostro popolo ( come avviene per tutti gli altri popoli del mondo) con altre, importanti certamente ma non altrettanto unificanti. Si dirà, ma il giorno dell’Unità d’Italia non unisce affatto, semmai divide.

Lo ha detto il presidente della Provincia di Bolzano, lo fanno notare, anche se con molto garbo democratico, alcuni esponenti politici dell’attuale maggioranza. È proprio per questo che abbiamo un disperato bisogno di festeggiare il 17 marzo. Per ricordare innanzitutto. Che troppo sangue è stato versato da italiani e austriaci per giungere ad una pace che a Bolzano ha portato autonomia e prosperità, che le navi dei Mille si chiamavano Piemonte e Lombardo, che però la nostra nazione era stata pensata e voluta federalista, ma senza la rivolta della popolazione siciliana non si sarebbe destata la voglia d’Italia nel Meridione che poi tutto travolse. Spero sia anche l’occasione per ricordare a coloro che considerano i giovani di oggi incapaci di rappresentanza politica e civile, che fu una generazione di giovani ribelli a fare l’Italia.

Gente di vent’anni o anche meno, armata di nuovi sogni e vecchi fucili, gettò se stessa contro le baionette di un esercito straniero infinitamente più grande e potente, senza paura. E morì, come Goffredo Mameli e tanti altri. Nella speranza che le successive generazioni non avrebbero lasciato cadere il testimone insanguinato dell’unità fra gli italiani. Non ci si sente un po’ piccini a parlare di fabbriche e produttività con il rischio che quei ragazzi ci ascoltino?

martedì 1 febbraio 2011

UN TRICOLORE SU OGNI BALCONE A VARESE!

Giovane Italia Gallarate chiede a tutti i cittadini, in vista delle celebrazioni del 150° anniversario della Repubblica, fissate per il 17 marzo 2011 di esporre ad ogni finestra il tricolore italiano.

“In un periodo cosi difficile per il nostro paese, ci sembra doveroso ricordare il significato della nostra bandiera, che non è solo un pezzo di stoffa, ma ha quel valore ideale che oggi purtroppo si sta perdendo – si legge all’interno di un comunicato stampa -. Esporre il tricolore significa riappropriarsi di quella appartenenza ad uno stato, che 150 anni dopo la sua unità si trova davanti a fratture che devono essere superate.

Ma cosa significa veramente festeggiare l’unità d’ Italia? – si chiedono da Giovane Italia Gallarate. “Partiamo dall’irredentismo passando per le avventure coloniali, l’avvento del Fascismo e l’inizio dell’influenza americana, il dopoguerra, il Grande cinema Italiano e soprattutto il marchio di livello mondiale Made in Italy che ha fatto impazzire tutto il mondo. Questo vuol dire festeggiare l’Unità d’Italia, non certo l’unificazione fisica fatta dai Garibaldini che mille opinioni e critiche può generare. Sperando in una presa di coscienza di tutte le forze politiche, il movimento giovanile del PdL, chiede che i fatti successi a Varese lo scorso 2 giugno non si ripetano in alcuna città italiana. poichè è vergognoso che alcuni Ministri della Repubblica Italiana e un partito politico intero possano denigrare e sbeffeggiare la bandiera, alto simbolo dello stato, senza conseguenza alcuna.

In merito segnaliamo anche la mostra di cimeli delle guerre d'indipendenza che sarà aperta a breve nel comune di Varese. Tra gli oggetti conservati nel museo cittadino armi, una bandiera italiana d'epoca proveniente dal luinese, documenti e molto altro.

mercoledì 5 gennaio 2011

Ricordiamo IL VERO PATRIOTA CESARE BATTISTI (1875-1916)



In questi giorni di grande dibattito politico riguardo l'estradizione del ex terrorista comunista Battisti dal Brasile, si rischia, a nostro parere, di assimilare il nome Cesare Battisti alle parole terrorismo, anni di piombo, rapina, et similia. Non dobbiamo però dimenticarci, e sopratutto in questo anno, il 2011, anno del 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia, che l'ex brigatista è omonimo di un altro Cesare Battisti, sconosciuto ai più, ma molto più degno di nota e di stima. Ma si sa, in Italia gli eroi sono dimenticati e i delinquenti osannati.

Ricordiamo quindi la figura del giovane patriota Battisti, nato a Trento nel 1875, in pieno fermento nazionalista, quando le italianissime terre del Trentino e della Venezia Giulia, i cui capoluoghi Trento e Trieste furono assunti a simbolo del dominio straniero sull'Italia, erano ancora in mano austriaca, e sembrava che, anche dopo l'unione alla madrepatria del Veneto dieci anni prima, fossero destinate a rimanere austriache, visto il disinteresse della classe politica italiana.

Cesare è figlio di padre e madre italiano, studia in Austria e in Italia, diventa giornalista e geografo e si appassiona alla cultura del Trentino, ai suoi usi e costumi, alla sua storia e alla sua cultura italiana da sempre. Per lui l'autonomia del Trentino è il primo passo, in vista di un ulteriore passo verso l'unificazione con il regno d'Italia; per questo si fa eleggere deputato al parlamento austriaco, deciso a combattere dall'interno la sua battaglia contro il dominio straniero su Trento. Ma la guerra fa precipitare le cose, e dopo pochi giorni dallo scoppio della prima guerra mondiale, scappa in Italia, nel Veneto, dove tiene comizi nelle città promuovendo le idee irredentiste, che aveva abbracciato pochi anni prima.

Quando anche l'Italia entra in guerra si arruola tra gli alpini e diventa in meno di un anno Tenente. Numerose le sue azioni condotte con sprezzo del pericolo sul campo di battaglia, ma la più famosa rimane quella dove verrà catturato, sul Monte Corno, e per il quale sarà insignito della Medaglia d'oro al valor militare.
Fu giudicato da un tribunale austriaco come traditore anzichè come prigioniero di guerra secondo le leggi internazionali, e per questo fu condannato all'impiccagione. Inutili furono le sue richieste di morire tramite la fucilazione, pena che per lui meglio si adeguava ad un soldato. Condotto senza la sua divisa italiana al patibolo, fu impiccato subito dopo la sentenza di morte, il 12 Luglio 1916, e prima di morire gridò "VIVA TRENTO ITALIANA, VIVA L'ITALIA!".

Cesare Battisti è attualmente sepolto nel mausoleo a lui dedicato nella sua città, Trento, sull'altura del DOSS che sovrasta la città. Cesare è un eroe della nazione italiana e diede la vita per la riunficazione delle provincie italiane ancora in mano austriaca. E' anche grazie al suo sacrificio, insieme a quello di altri 600mila caduti italiani, che al termine della prima guerra mondiale il Trentino, Trento, Trieste e Gorizia, poterono finalmente unirsi all'Italia, vittoriosa sull'Austria.

Diffondiamo quindi,facciamo sapere ai nostri coetanei che sono vissuti due Cesare Battisti, uno terrorista che uccideva un gioielliere solo perchè "porco avverso al comunismo", un altro, soldato ed eroe, che lottò insieme ai nostri bisnonni per l'Italia unita, morendo a soli 31 anni.

giovedì 4 novembre 2010

4 NOVEMBRE: Liberi di essere retorici! W L'ITALIA!



Oggi vogliamo prenderci la libertà di essere retorici. Oggi è il 4 novembre. Una data che celebra una vittoria, una data che ci ricorda che siamo una Nazione, una data che ci ricorda che per essere questa Nazione abbiamo lottato per decenni. Oggi ci prendiamo la libertà dei giorni di festa. La libertà di esaltare la nostra Storia, la Storia di tutti gli italiani. Oggi ci prendiamo la libertà di raccontare una storia ai nostri figli. La storia delle notti di re di Puglia, quelle notti in cui il marmo dei gradoni del più importante sacrario militare d’Italia gonfia le ali del vento di suoni, parole, urla, rumori. Sono i suoni delle fanfare pompose miste alle note malinconiche dei silenzi di ordinanza. Sono mille parole che si sovrappongono, scandite in decine di dialetti.
Sono urla di ordini, di dolore, sono gli “Avanti Savoia!” di giovani tenenti. E sono rumori, sferragliare di materiali, eliche di biplano, deflagrazioni di granate, onde solcate da velocissimi mas. E nella notte si aggirano figure ormai eterne nella nostra Storia come i giovani sardi della Brigata Sassari, i giovanissimi arditi, i pionieri del volo, gli alpini con i loro muli, le crocerossine, i cappellani.

Il 4 novembre pensiamo a tutti loro, pensiamo alle notti di RediPuglia. Pensiamo ad un treno che attraversa l’Italia. Un treno che su un fusto di cannone porta le spoglie del milite ignoto. Un treno che attraversa città e campagne con la gente assiepata ai bordi dei binari che si china, getta fiori, si bagna il viso con una lacrima. Il 4 novembre pensiamo alla generazione che ha vissuto le tempeste di acciaio, come diceva Junger, affacciandosi con la spavalderia della giovinezza a quegli orizzonti di gloria, che, con differente ma egualmente drammatica visione, ci ha narrato Kubrick. E’ certamente giusto declinare il 4 novembre in chiave attuale. Pensare ai nostri recentissimi caduti, alle missioni internazionali, al ruolo delle forze armate nella società moderna. Ma è meglio pensare in questo giorno soprattutto a loro, a quei ragazzi del ‘99 che fecero la Patria. E’ meglio rileggere il Bollettino della Vittoria che in rigido burocratese annunciò che con l’entrata in Trento e Trieste il tricolore sventolava sull’Italia finalmente Una.

dal sito di AreaNazionale, scritto da Fabrizio Penna.

il bollettino della vittoria italiana contro l'Austria letto dal Generale Diaz, AUDIO ORIGINALE, 4-11-1918

alcune foto di RediPuglia in questo album fotografico

la canzone del Piave integrale

pagina wikipedia dedicata al sacrario di RediPuglia

lunedì 11 ottobre 2010

L'ITALIA S'E' DESTA!



La Giovane Italia Varese, tra oggi e sabato, distribuirà un volantino con il testo integrale dell'inno di Mameli all'ingresso di numerose scuole della Provincia, nelle città di Varese, Busto Arsizio, Gallarate, Tradate, Luino.
Il volantinaggio da inizio a una serie di piccole iniziative legate al 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia, per sensibilizzare i ragazzi della provincia ai valori dell'unità nazionale e per far conoscere la storia della nostra Nazione, troppo poco studiata a scuola.

Questo il testo del volantino
"L'inno di Mameli, il cui nome originale è "il canto degli Italiani" fu scritto ne l847 dal patriota Goffredo Mameli, con lo scopo di dare un'identità a tutti i patrioti che allora combattevano per uno scopo comune: l'Italia unita e libera dal dominio straniero. Diffusosi clandestinamente tra i patrioti, venne imparato a memoria dagli Italiani che parteciparono ai moti del 1848, dai Mille di Garibaldi durante la loro spedizione e dai bersaglieri che entrarono a Roma nel 1870, riunendo la città eterna alla madrepatria. Il 12 ottobre del 1946 il canto fu riconosciuto come inno nazionale della Repubblica Italiana. A 64 anni da quella data, riteniamo che la conoscenza del testo integrale nonchè delle imprese di quei giovani patrioti italiani che caddero per l'Italia unita vada diffusa tra gli studenti, che sono vittime di un sistema scolastico che non fa conoscere a sufficienza la nostra storia e dimentica i nomi e le gesta dei nostri eroi."

Recentemente poi si sta parlando dell'Unità d'Italia solo in maniera negativa, e tendenze regionaliste e separatiste si stanno affacciando in tutta la nostra penisola. Ebbene queste tendenze sono nocive per l'Italia intera e per gli stessi anti-italiani, che nella loro ignoranza si attaccano a presunte nazioni mai esistite ( ogni riferimento alla padania è VOLUTO) senza avere un minimo di conoscenza storica e culturale.

L'Italia è una, ed è indivisibile. La nostra storia comune è costellata di innumerevoli sacrifici di ragazzi nostri coetanei (mameli morì a soli 22 anni) che si impegnarono per riunire finalmente sotto un'unica bandiera la nostra amata Italia, per troppo tempo rimasta divisa.


Qui trovate il testo integrale dell'inno di Mameli


Qui la spiegazione delle strofe dell'inno


Qui la versione intera cantata!