Secondo la Casa Bianca, il 21 agosto, l’esercito siriano avrebbe lanciato razzi contenti gas nervino sui ribelli asserragliati nella periferia di Damasco. Ciò offre i presupposti per un attacco militare da parte di una coalizione di potenze occidentali. Stati Uniti, Francia e Regno Unito potrebbero agire anche senza mandato Onu e contro il parere di Russia e Cina. Le prove dell’uso di gas nervino da parte di Assad si fondano, fino ad ora, sulle immagini di alcuni filmati pubblicati dai ribelli. Alcuni esperti di armi chimiche, ascoltati all’indomani dei presunti attacchi, dall’agenzia francese Afp, non sembrano affatto convinti dal materiale.
MANCANO I SINTOMI. Interrogata dall’Afp, Paula Vanninen, direttrice di Verifin, istituto Finlandese per la Verifica della Convenzione sulle Armi Chimiche, sottolinea come «le persone» che aiutano i colpiti dal gas nervino, nei video che circolano in rete, «non indossano né abiti protettivi, né respiratori». «In un caso reale sarebbero stati contaminati anche loro e mostrerebbero sintomi», come invece non accade nei filmati.
John Hart, capo del Progetto Sicurezza Chimica e Biologica dell’International Peace Research Insitute di Stoccolma, spiega che nei video «non c’è traccia della “prova rivelatrice”» di una contaminazione di armi chimiche. «Nessuna delle vittime mostra pinpoint pupils», un restringimento del diametro della pupilla, «che indicherebbe un esposizione agli agenti nervini organofosforici».
NON C’È CONTAMINAZIONE. Dan Kaszeta, ex ufficiale dei Chemical Corps dell’esercito americano e consulente privato, anche lui interrogato da Afp, ribadisce come «nessuna delle persone che ha a che fare con le vittime o le fotografa indossa una qualche protezione ad hoc» e «a dispetto di ciò, nessuno di loro sembra aver subito danni».
Ciò escluderebbe si tratti davvero di contaminazione da armi chimiche a uso militare, compresi i gas nervini, dal momento che queste sostanze lasciano per un po’ di ore un certo livello di contaminazione e danneggiano chiunque senza adeguate protezioni venga a contatto con le persone colpite. Kaszeta aggiunge che «non c’è nessuno degli altri segni che ci si aspetterebbe di vedere dopo un attacco chimico, come livelli intermedi di vittime, problemi gravi alla vista, vomito, perdita di controllo dell’intestino».
NON È SARIN. Stephen Johnson, ex consulente del ministro della Difesa britannico per la guerra chimica e ricercatore sugli effetti del contagio di materiale pericoloso all’università di Cranfield, ritiene che «con un tale livello di agente chimico ci si aspetterebbe di vedere un mucchio di contaminazione sulle vittime, e questo colpirebbe coloro che li trattano e non sono protetti come dovrebbero. Tutto questo non lo vediamo».
Su Euronews, Johnson ha poi ribadito come il materiale girato sembra non essere coerente con l’uso di agenti nervini o Sarin: «Alcune persone hanno la schiuma, ma la schiuma sembra troppo bianca, troppo pura, e non torna con i danni interni che ci si potrebbe aspettare, te l’aspetteresti giallognola o con tracce di sangue». Per finire, argomenta sospettoso, «ci sono, in alcuni dei video, esempi che sembrano iper-reali, quasi come se fossero stati messi in scena».
GLI ALTRI PROBLEMI. «Le immagini di Ghouta, la località dove il governo avrebbe usato i gas sono devastanti dal punto di vista emozionale, ma assai ambigue dal punto di vista documentale», scrive oggi sul Giornale, il reporter di guerra Gian Micalessin.
«Ad Halabja nel marzo 1988 i gas di Saddam non fecero distinzione tra vittime e soccorritori e sterminarono chiunque non si fosse allontanato». Ciò non accade a Ghouta, ricorda Micalessin: «Nessuno fugge, non c’è un clima di panico e gli ospedali continuano a funzionare».
«Questo fa sorgere due grossi interrogativi», conclude il giornalista: «Perché Assad avrebbe atteso due anni e mezzo prima di usare i gas salvo poi impiegarli sotto gli occhi degli osservatori dell’Onu? E soprattutto perché incominciare da una zona dove il regime non è militarmente in difficoltà e dove non viene sfruttato il vantaggio tattico offerto dall’arma chimica per riconquistare il territorio e nascondere le prove?»
estratto da "Tempi.it" del 27/08/2013
"Ritti sulla cima del mondo, scagliamo ancora una volta la nostra sfida alle stelle!"
Nei momenti felici di una grande nazione, la gioventù prende gli esempi; nei momenti difficili, li da.
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martedì 27 agosto 2013
sabato 23 marzo 2013
L'ULTIMO SUSSULTO DI SOVRANITA' NAZIONALE ITALIANA
Lo ricordo bene quell’11 settembre 1985. Soprattutto in queste ore che mi fanno pensare all’ennesimo 8 settembre dell’Italia senza onore e dignità.
Ventotto anni fa c’era Bettino Craxi a Palazzo Chigi. Un aereo dirottato da un commando palestinese che aveva attaccato l’”Achille Lauro”, atterrò all’eroporto militare di Sigonella, in Sicilia. Gli americani reclamarono la consegna dei palestinesi ai marines. Il presidente del Consiglio si oppose fermamente, facendo venire meno con il suo diniego, la regola imposta dalla fine della guerra dall’Impero americano: l’ossequio al principoio del primato degli interessi statunitensi in Europa. Craxi ebbe il coraggio e la forza di sfidare il potente alleato imponendo il rispetto della sovranità nazionale italiana. Sull’aereo dirottato e sui palestinesi si applicava l’ordinamento italiano, la giurisdizione era incedibile.
Gli americani tentarono la prova di forza. Il premier ordinò all’ammiraglio Martini di assumere il comando delle operazioni militari per far rispettare il nostro diritto. Capita l’antifona, i soldati statunitensi si ritirarono, mentre le autorità italiane arrestavano i quattro dirottatori. Non mi dilungo su tutti i successivi passaggi. Ricordo soltanto che Martini, in accordo con Craxi, comunicò al pilota americano che con il suo aereo ostruiva la pista di Ciampino, dove nel frattempo i ditottatori erano stati trasferiti, che aveva cinque minuti di tempo per togliersi di mezzo, dopodiché avrebbe dato ordine al bulldozer di buttarlo fuori. Ne passano solo tre. L’F-14 a stelle e strisce accese i rumori e si perse nel cielo di Roma.
Sì, fu l’ultimo atto di uno Stato sovrano. Pienamente ed orgogliosamente sovrano. Non possiamo e non dobbiamo rimuoverlo quell’episodio. Dopo poco gli americani cambiarono atteggiamento e riconobbero, senza peraltro mai ammetterlo uffcialmente, il buon diritto dell’Italia a far valere le sue prerogative. E adesso? Uno sbadiglio dell’India ci ha esposto alla più barbina delle figure in campo internazionale. I marò tornano, se ne vanno, restano. Si fa la faccia feroce, poi tutto si conclude com’era prevedibile: la riconsegna a coloro che ne reclamano la detenzione. Ma chi ha architettato questo immondo pasticcio politico, diplomatico, civile, giudiziario? In un altro Paese, Monti ed i suoi ministri, “tecnici” per antonomasia, si sarebbero già dimessi. E poi? Mettiamo il caso che ciò accadesse, chi reggerebbe Palazzo Chigi? Ecco il problema. Il vuoto di potere genera mostruosità come quelle che si sono abbattute sui due fucilieri che da “pacchi postali” vanno e vengono dall’India senza nessuna certezza e con tanta paura addosso.
Si dice che le autorità di Delhi abbiano promesso che a Massimiliano Latorre e a Salvatore Girone non si applicherà la pena di morte, contemplata per il reato di cui sono imputati. Ci si deve fidare? E perché? Gli indiani non si pongono il problema. Non se lo pongono neppure le cancellerie occidentali. E perfino l’ineffabile lady Ashton, commissario europeo per la sicurezza e la difesa, sembra non crucciarsi più di tanto. Anzi, per niente. Siamo soli. Italiani “brava gente”, governati da pessimi burocrati. La sovranità è un sogno che non ci possiamo permettere.
(tratto dal "Secolo d'Italia" 22/3/2013 di Gennaro Malgieri
Gli americani tentarono la prova di forza. Il premier ordinò all’ammiraglio Martini di assumere il comando delle operazioni militari per far rispettare il nostro diritto. Capita l’antifona, i soldati statunitensi si ritirarono, mentre le autorità italiane arrestavano i quattro dirottatori. Non mi dilungo su tutti i successivi passaggi. Ricordo soltanto che Martini, in accordo con Craxi, comunicò al pilota americano che con il suo aereo ostruiva la pista di Ciampino, dove nel frattempo i ditottatori erano stati trasferiti, che aveva cinque minuti di tempo per togliersi di mezzo, dopodiché avrebbe dato ordine al bulldozer di buttarlo fuori. Ne passano solo tre. L’F-14 a stelle e strisce accese i rumori e si perse nel cielo di Roma.
Sì, fu l’ultimo atto di uno Stato sovrano. Pienamente ed orgogliosamente sovrano. Non possiamo e non dobbiamo rimuoverlo quell’episodio. Dopo poco gli americani cambiarono atteggiamento e riconobbero, senza peraltro mai ammetterlo uffcialmente, il buon diritto dell’Italia a far valere le sue prerogative. E adesso? Uno sbadiglio dell’India ci ha esposto alla più barbina delle figure in campo internazionale. I marò tornano, se ne vanno, restano. Si fa la faccia feroce, poi tutto si conclude com’era prevedibile: la riconsegna a coloro che ne reclamano la detenzione. Ma chi ha architettato questo immondo pasticcio politico, diplomatico, civile, giudiziario? In un altro Paese, Monti ed i suoi ministri, “tecnici” per antonomasia, si sarebbero già dimessi. E poi? Mettiamo il caso che ciò accadesse, chi reggerebbe Palazzo Chigi? Ecco il problema. Il vuoto di potere genera mostruosità come quelle che si sono abbattute sui due fucilieri che da “pacchi postali” vanno e vengono dall’India senza nessuna certezza e con tanta paura addosso.
Si dice che le autorità di Delhi abbiano promesso che a Massimiliano Latorre e a Salvatore Girone non si applicherà la pena di morte, contemplata per il reato di cui sono imputati. Ci si deve fidare? E perché? Gli indiani non si pongono il problema. Non se lo pongono neppure le cancellerie occidentali. E perfino l’ineffabile lady Ashton, commissario europeo per la sicurezza e la difesa, sembra non crucciarsi più di tanto. Anzi, per niente. Siamo soli. Italiani “brava gente”, governati da pessimi burocrati. La sovranità è un sogno che non ci possiamo permettere.
(tratto dal "Secolo d'Italia" 22/3/2013 di Gennaro Malgieri
domenica 11 settembre 2011
11 Settembre. Dieci anni dopo l'occidente è il nemico di sè stesso.
di Marcello Veneziani
Dieci anni fa finiva il mondo. Era una giornata qualunque, non s'avvertiva aria d'apocalisse ma di fine estate. E invece finiva il mondo. La svolta millenaria che temevamo da bambini per il Duemila arrivò l'anno dopo. E arrivò come una fiction, in tv, e noi increduli a vedere e capire se era davvero un film di genere apocalittico o la realtà nuda e cruda. Poi ci convincemmo che non era la fine del mondo ma era finita la fine della storia, proclamata un decennio prima; la storia ricominciava, alla grande. Islam contro Occidente. Terza Guerra Mondiale diffusa. Non più est contro ovest ma sud contro nord, non più comunismo ma fanatismo para-religioso, non più scontro di superpotenze ma focolai di guerra e terrore disseminati nel mondo. Avvertimmo l'11 settembre come l'inizio di una nuova sanguinosa storia mondiale, il campanello d'allarme di una chiamata globale alle armi. E invece no, continuarono guerre e guerrette, conflitti locali, qualche attentato, ma la guerra mondiale non venne. Da allora ricominciò l'età dell'insicurezza, ma la mobilitazione totale fu un falso allarme.
E adesso cosa resta di quell'11 settembre, che bilancio ci lasciò a ripensarlo dopo dieci anni? Per cominciare non fu uno scontro di civiltà, la civiltà islamica d'oriente contro la civiltà cristiana d'occidente. E non lo fu dall'inizio. Se i fanatici dell'Islam avessero voluto dichiarare guerra alla civiltà cristiana avrebbero colpito la Basilica di San Pietro o - per prendere due piccioni con una fava - la cattedrale di New York, non un santuario della finanza e della tecnica, un simbolo della potenza americana e occidentale, le Due Torri. I fanatici volevano colpire la supremazia occidentale, il materialismo d'Occidente, l'irreligione e la superbia occidentali, non la fede e la civiltà cristiana.
Poi sarebbe facile e anche veritiero evocare quell'evento come l'aggressione dei fanatici ad una civiltà liberale fondata sui diritti dell'uomo, sul rispetto della vita e della libertà e sul ripudio della violenza e della guerra. Ma è una mezza verità. L'altra metà fu che l'Occidente si era imbarcato in una sciagurata guerra nel Golfo, con propaggini afghane e mediorientali, che fu giustificata da nobili principi, mossa da interessi geo-economici e commerciali e condotta con brutali violazioni e palesi cecità: bombe sui civili e su luoghi antichi e sacri di civiltà, stragi, errori strategici e militari a ripetizione, violazione di tradizioni e usi altrui, sanzioni ed embargo su medicinali e cibi a popolazioni inermi. La guerra a Saddam resta a mio parere, e so di non esprimere la linea del Giornale di allora e di adesso, una guerra sbagliata, atrocemente sbagliata. Mi riconobbi allora e mi riconosco ancora adesso nelle parole del Papa e non mi accodai allora e né mi accodo adesso alle utopie autolesioniste del pacifismo.
Va poi detto che la guerra tra Islam e Occidente, non solo non coinvolse né tutto l'Islam né tutto l'Occidente, ma giovò alla fine solo ai Terzi: da quella guerra semifredda con l'Islam non uscì infatti rafforzata né la supremazia americana e occidentale e nemmeno dall'altra parte la forza dell'Islam; ma crebbe il ruolo di Soggetti Terzi, come la Cina o l'India. Tra i due litiganti, i terzi godettero e godono ancora. La tensione mondiale, la ridefinizione dei ruoli, non favorì nemmeno lo sviluppo di una Forza Europea. Crebbe il Mercato Europeo, con la sua Moneta, non la sua forza politica, strategica e militare. Il suo ruolo restò secondario e privo di unità.
Anche dopo l'11 settembre i pericoli maggiori che corre l'Occidente non provengono da nemici esterni ma dalla stanchezza dell'Occidente stesso, il consumismo esasperato, le speculazioni in borsa, l'economia irreale, i suoi squilibri sociali, la perdita di riferimenti superiori e di legami sociali, la corruzione interna e il nichilismo. L'occidente continua a farsi del male da solo, e continua ad essere il Nemico principale di se stesso.
Ripensando a quell'11 settembre vorrei dire infine un paio di cose. I cosiddetti kamikaze non avevano nulla a che fare con gli eroi giapponesi, colpivano in modo feroce obbiettivi civili, seminavano e ancora seminano terrore tra la gente inerme e innocente. Emerse tuttavia la vulnerabilità della Tecnica e del Guscio occidentale: isolati fanatici con minime armi possono infliggere catastrofi a superpotenze mondiali, mandare in cortocircuito interi sistemi difensivi. Un uomo disposto a morire è più forte di un Apparato così potente e sofisticato. Tragica e beffarda rivincita dell'Umano contro la Tecnica proprio sul terreno del Disumano.
Invece i pompieri di New York scrissero una pagina mirabile di coraggio, amor patrio, dedizione e solidarietà. Invidiai l'orgoglio americano, mi sentì anch'io, nel dolore e nell'orrore, americano, nonostante tutte le mie riserve storiche, geopolitiche e culturali sull'americanizzazione del mondo.
Ma restano ancora ombre misteriose su quell'11 settembre. Diffido dei complottismi fantasiosi e ancor più dei negazionismi dissennati, ma resta oscuro l'attentato al Pentagono, l'abbattimento di aerei civili, insieme ad altre cose. Possiamo però dire che quell'allerta è oggi in larga parte rientrato. Se neanche l'uccisione di bin Laden ha prodotto reazioni e ritorsioni vuol dire che quel pericolo forse è passato o rientra tra altri, possibili motivi di insicurezza.
Uso il forse perché gli anniversari hanno sempre qualcosa di inquietante e qualcuno starà pensando di accendere o spegnere pericolose candeline.
(tratto dal Giornale)
Dieci anni fa finiva il mondo. Era una giornata qualunque, non s'avvertiva aria d'apocalisse ma di fine estate. E invece finiva il mondo. La svolta millenaria che temevamo da bambini per il Duemila arrivò l'anno dopo. E arrivò come una fiction, in tv, e noi increduli a vedere e capire se era davvero un film di genere apocalittico o la realtà nuda e cruda. Poi ci convincemmo che non era la fine del mondo ma era finita la fine della storia, proclamata un decennio prima; la storia ricominciava, alla grande. Islam contro Occidente. Terza Guerra Mondiale diffusa. Non più est contro ovest ma sud contro nord, non più comunismo ma fanatismo para-religioso, non più scontro di superpotenze ma focolai di guerra e terrore disseminati nel mondo. Avvertimmo l'11 settembre come l'inizio di una nuova sanguinosa storia mondiale, il campanello d'allarme di una chiamata globale alle armi. E invece no, continuarono guerre e guerrette, conflitti locali, qualche attentato, ma la guerra mondiale non venne. Da allora ricominciò l'età dell'insicurezza, ma la mobilitazione totale fu un falso allarme.

E adesso cosa resta di quell'11 settembre, che bilancio ci lasciò a ripensarlo dopo dieci anni? Per cominciare non fu uno scontro di civiltà, la civiltà islamica d'oriente contro la civiltà cristiana d'occidente. E non lo fu dall'inizio. Se i fanatici dell'Islam avessero voluto dichiarare guerra alla civiltà cristiana avrebbero colpito la Basilica di San Pietro o - per prendere due piccioni con una fava - la cattedrale di New York, non un santuario della finanza e della tecnica, un simbolo della potenza americana e occidentale, le Due Torri. I fanatici volevano colpire la supremazia occidentale, il materialismo d'Occidente, l'irreligione e la superbia occidentali, non la fede e la civiltà cristiana.
Poi sarebbe facile e anche veritiero evocare quell'evento come l'aggressione dei fanatici ad una civiltà liberale fondata sui diritti dell'uomo, sul rispetto della vita e della libertà e sul ripudio della violenza e della guerra. Ma è una mezza verità. L'altra metà fu che l'Occidente si era imbarcato in una sciagurata guerra nel Golfo, con propaggini afghane e mediorientali, che fu giustificata da nobili principi, mossa da interessi geo-economici e commerciali e condotta con brutali violazioni e palesi cecità: bombe sui civili e su luoghi antichi e sacri di civiltà, stragi, errori strategici e militari a ripetizione, violazione di tradizioni e usi altrui, sanzioni ed embargo su medicinali e cibi a popolazioni inermi. La guerra a Saddam resta a mio parere, e so di non esprimere la linea del Giornale di allora e di adesso, una guerra sbagliata, atrocemente sbagliata. Mi riconobbi allora e mi riconosco ancora adesso nelle parole del Papa e non mi accodai allora e né mi accodo adesso alle utopie autolesioniste del pacifismo.
Va poi detto che la guerra tra Islam e Occidente, non solo non coinvolse né tutto l'Islam né tutto l'Occidente, ma giovò alla fine solo ai Terzi: da quella guerra semifredda con l'Islam non uscì infatti rafforzata né la supremazia americana e occidentale e nemmeno dall'altra parte la forza dell'Islam; ma crebbe il ruolo di Soggetti Terzi, come la Cina o l'India. Tra i due litiganti, i terzi godettero e godono ancora. La tensione mondiale, la ridefinizione dei ruoli, non favorì nemmeno lo sviluppo di una Forza Europea. Crebbe il Mercato Europeo, con la sua Moneta, non la sua forza politica, strategica e militare. Il suo ruolo restò secondario e privo di unità.

Anche dopo l'11 settembre i pericoli maggiori che corre l'Occidente non provengono da nemici esterni ma dalla stanchezza dell'Occidente stesso, il consumismo esasperato, le speculazioni in borsa, l'economia irreale, i suoi squilibri sociali, la perdita di riferimenti superiori e di legami sociali, la corruzione interna e il nichilismo. L'occidente continua a farsi del male da solo, e continua ad essere il Nemico principale di se stesso.
Ripensando a quell'11 settembre vorrei dire infine un paio di cose. I cosiddetti kamikaze non avevano nulla a che fare con gli eroi giapponesi, colpivano in modo feroce obbiettivi civili, seminavano e ancora seminano terrore tra la gente inerme e innocente. Emerse tuttavia la vulnerabilità della Tecnica e del Guscio occidentale: isolati fanatici con minime armi possono infliggere catastrofi a superpotenze mondiali, mandare in cortocircuito interi sistemi difensivi. Un uomo disposto a morire è più forte di un Apparato così potente e sofisticato. Tragica e beffarda rivincita dell'Umano contro la Tecnica proprio sul terreno del Disumano.
Invece i pompieri di New York scrissero una pagina mirabile di coraggio, amor patrio, dedizione e solidarietà. Invidiai l'orgoglio americano, mi sentì anch'io, nel dolore e nell'orrore, americano, nonostante tutte le mie riserve storiche, geopolitiche e culturali sull'americanizzazione del mondo.
Ma restano ancora ombre misteriose su quell'11 settembre. Diffido dei complottismi fantasiosi e ancor più dei negazionismi dissennati, ma resta oscuro l'attentato al Pentagono, l'abbattimento di aerei civili, insieme ad altre cose. Possiamo però dire che quell'allerta è oggi in larga parte rientrato. Se neanche l'uccisione di bin Laden ha prodotto reazioni e ritorsioni vuol dire che quel pericolo forse è passato o rientra tra altri, possibili motivi di insicurezza.
Uso il forse perché gli anniversari hanno sempre qualcosa di inquietante e qualcuno starà pensando di accendere o spegnere pericolose candeline.
(tratto dal Giornale)
domenica 8 maggio 2011
Bin Laden. Se era disarmato, perchè ucciderlo? Riflessione sulle bugie USA:
"Questa volta gli spin doctor della Casa Bianca non hanno fatto un buon lavoro. La ricostruzione della morte di Bin Laden presenta infatti diverse incongruenze. La più evidente riguarda la ricostruzione del blitz e i termini del mandato.
Lunedì pomeriggio il Pentagono ha ammesso che lo scopo della missione non era di catturare vivo Bin Laden ma di ucciderlo. Dopo qualche ora la Casa Bianca ha corretto il tiro, sostenendo che le forze speciali Seal sono state costrette ad ucciderlo in quanto ha opposto una strenua resistenza ed era ben protetto dalle sue guardie del corpo.
Ieri sono stati diffusi numerosi dettagli sul blitz, che è durato 40 minuti, è stato condotto da 79 uomini con il supporto di ben 4 elicotteri. Poi Washington ha ammesso che Osama Bin Laden non era armato quando è stato ucciso, “però aveva un atteggiamento che ha lasciato temere una sua reazione pericolosa”; insomma 79 soldati super armati contro uno disarmato, che però ha compiuto un gesto sospetto e per questo è stato fatto fuori.
E ancora: chi era al comando a Washington? Ci hanno detto che il presidente Obama è stato informato dal capo della Cia Leon Panetta con una frase ad effetto: “Enemy Killed in Action”. Dopo sono uscite le foto di Obama con Hillary e il vice Biden mentre seguivano “il blitz in diretta sia audio che video” grazie a una telecamera sul casco di un soldato. Infine una terza versione: il presidente avrebbe seguito il blitz solo nella fase finale e la decisione di eliminarlo sarebbe stata presa dal capo della Cia Panetta.
Insomma, Obama ha seguto il blitz in diretta sì o no? Se no, perché? Non è lui il Comandante in capo della Nazione? Se non è alla guida in questi frangenti, quando?
E soprattutto: se Osama era disarmato, perché ucciderlo? Vuoi vedere che la versione più autentica è la prima del Pentagono, ma troppo politicamente scorretta per essere dichiarata pubblicamente?
PS Ora salta fuori una terza versione: secondo Panetta né lui né Obama hanno visto l’uccisione perché «Quando il commando è entrato nel compound, c’è stato un periodo di 20 o 25 minuti in cui non sapevamo cosa stesse succedendo». Ogni dodici ore Washington rettifica la versione, con un solo risultato certo: confusione, confusione, confusione."
Dal blog di Marcello Foa.
Lunedì pomeriggio il Pentagono ha ammesso che lo scopo della missione non era di catturare vivo Bin Laden ma di ucciderlo. Dopo qualche ora la Casa Bianca ha corretto il tiro, sostenendo che le forze speciali Seal sono state costrette ad ucciderlo in quanto ha opposto una strenua resistenza ed era ben protetto dalle sue guardie del corpo.
Ieri sono stati diffusi numerosi dettagli sul blitz, che è durato 40 minuti, è stato condotto da 79 uomini con il supporto di ben 4 elicotteri. Poi Washington ha ammesso che Osama Bin Laden non era armato quando è stato ucciso, “però aveva un atteggiamento che ha lasciato temere una sua reazione pericolosa”; insomma 79 soldati super armati contro uno disarmato, che però ha compiuto un gesto sospetto e per questo è stato fatto fuori.
E ancora: chi era al comando a Washington? Ci hanno detto che il presidente Obama è stato informato dal capo della Cia Leon Panetta con una frase ad effetto: “Enemy Killed in Action”. Dopo sono uscite le foto di Obama con Hillary e il vice Biden mentre seguivano “il blitz in diretta sia audio che video” grazie a una telecamera sul casco di un soldato. Infine una terza versione: il presidente avrebbe seguito il blitz solo nella fase finale e la decisione di eliminarlo sarebbe stata presa dal capo della Cia Panetta.
Insomma, Obama ha seguto il blitz in diretta sì o no? Se no, perché? Non è lui il Comandante in capo della Nazione? Se non è alla guida in questi frangenti, quando?
E soprattutto: se Osama era disarmato, perché ucciderlo? Vuoi vedere che la versione più autentica è la prima del Pentagono, ma troppo politicamente scorretta per essere dichiarata pubblicamente?
PS Ora salta fuori una terza versione: secondo Panetta né lui né Obama hanno visto l’uccisione perché «Quando il commando è entrato nel compound, c’è stato un periodo di 20 o 25 minuti in cui non sapevamo cosa stesse succedendo». Ogni dodici ore Washington rettifica la versione, con un solo risultato certo: confusione, confusione, confusione."
Dal blog di Marcello Foa.
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