Nei momenti felici di una grande nazione, la gioventù prende gli esempi; nei momenti difficili, li da.
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mercoledì 22 maggio 2013

DOMINIQUE VENNER: IL SACRIFICO NEL NOME DELLA CIVILTA'

A 78 anni ci si può togliere la vita per un'Idea? Spesso negli ambienti di destra si dice e si ripete che i giovani sono coloro che veramente possono attuare i cambiamenti, le iniziative militanti, financo le rivoluzioni, e la frase di Berto Ricci che campeggia nel nostro blog (nei momenti felici di una nazione la gioventù prende esempio ,nei momenti difficili lo da)ne è un esempio. Lungi da noi dal pensare il contrario, un signore francese di 78 anni ci ha dimostrato però che anche chi non è più giovane anagraficamente può essere di esempio nei momenti difficili della propria Nazione. Il gesto estremo compiuto da Dominique Venner vuole scuotere sopratutto i giovani dal torpore in cui dormono sonni sereni, spesso a causa di una società che di certo non contribuisce molto a svegliarti e anzi, fa di tutto per anestetizzarti: nasci, consuma, divertiti, muori.

Grande storico francese con centinaia di pubblicazioni all'attivo e grandi approfondimenti sulla storia francese e sul marxismo, è stato un intellettuale molto attivo politicamente durante la sua vita: volontario durante la guerra franco-algerina, militante politico di movimenti nazionalisti tra i quali recentemente il Front National e ultimamente molto vicino ai comitati francesi in difesa della famiglia naturale, Venner ha deciso ieri di farsi da parte nella lotta ideale per il rispetto della Tradizione europea, della Vita e contro il relativismo culturale del quale l'Unione Europea è la massima esponente. Non si è messo in pantofole in salotto ad aspettare che i giovani raccogliessero il suo testimone, ma ha deciso di farsi da parte da protagonista, e con un gesto ecclatante, sparandosi in bocca all'interno della cattedrale di Notre Dame, simbolo del suo paese, la Francia, dove la questione identitaria è molto sentita dalla popolazione. Un intellettuale atipico diremmo, abituati come siamo in Italia ai nostri cervelloni che lanciano moniti sulle pagine di Repubblica e Corriere contro omofobia, razzismo, berlusconiscmo, fascismo, e difendono i cari ragazzi dei centri sociali, difendono le Femen, difendono i no tav e l'Unione Europea, in un crescendo di relativismo culturale che vorrebbe eliminare qualsiasi nostro punto fermo e ogni traccia della tradizione e della identità del popolo italiano ed europeo.

Un tempo Yukio Mishima, in Giappone, si dava la morte con l'antico rito del Seppuku, squarciandosi la pancia con una lama da samurai esattamente come voleva la sua tradizione nazionale e spirituale giapponese, insidiata dal consumismo occidentale, per denunciare proprio l'uccisione del tessuto tradizionale del sol levante nel nome della modernità senza valori. Jan Palach ed Alain Escoffier si diedero fuoco in Cecoslovacchia e in Francia per protestare contro il comunismo che soffocava le libertà dei popoli distruggendo le loro tradizioni e le loro istituzioni nel nome del supremo potere rosso. Oggi, nel 2013, dove le nazioni europee (e in Francia questa situazione è ancora più evidente) e il pensiero culturale europeo sono minacciati dal relativismo impostoci dall'Unione Europea e da altri organismi sovranazionali (Onu, BCE ecc), Venner si suicida per far riflettere noi giovani, per farci aprire gli occhi dinanzi ad una società che ci vuole tutti uguali, che vuole che i popoli perdano le loro peculiarità mescolandosi senza criterio, che vuole annientare la comunità locale e nazionale per sostituirle con organizzazioni sovranazionali comandate da persone non elette (come è l'UE), che vuole che il nucleo fondamentale della nostra civiltà, la famiglia, sia sconvolta dal fondamento che la vuole costituita da un uomo e una donna che diano la vita ai loro figli, nel nome dell'uguaglianza tra orientamenti sessuali.

Qui pubblichiamo la traduzione della lettera che Dominique Venner ha lasciato prima di uccidersi.

Le ragioni di una morte volontaria

Io sono sano di corpo e di spirito e ricolmo d’amore per mia moglie e i miei figli. Amo la vita e non mi aspetto nulla dall’al di là, se non la perpetuazione della mia razza e del mio spirito. Tuttavia, giunto al crepuscolo della mia esistenza, posto di fronte agli immensi rischi che sta correndo la mia patria francese ed europea, io mi sento in dovere di agire, fintanto che ne ho ancora la forza.

Ritengo necessario sacrificarmi al fine di interrompere il letargo che ci opprime e offro ciò che resta della mia vita per un atto che intende esprimere una volontà di protesta e di fondazione. Ho scelto un luogo altamente simbolico, la cattedrale di Notre-Dame de Paris, che io rispetto ed ammiro: essa fu edificata dal genio dei miei antenati su di un suolo dove un tempo vennero celebrati culti più antichi, che richiamano alle nostre radici primordiali. Oggi che tanti uomini sono divenuti schiavi della loro vita, il mio gesto intende incarnare l’espressione di un’etica della volontà. Io mi do la morte al fine di risvegliare le coscienze assopite.

Io insorgo contro la fatalità. Io insorgo contro le perversioni dell’anima e i desideri individuali ormai incontrollabili che stanno distruggendo i nostri ancoraggi identitari e soprattutto la famiglia, intimo fondamento della nostra civiltà plurimillenaria. E siccome io difendo l’identità di tutti i popoli, insorgo anche contro quegli atteggiamenti criminali che mirano ad estinguere il nostro popolo.

Il pensiero dominante non riesce ad uscire dalle sue ambiguità tossiche: esso appartiene al fondo dell’anima degli europei ed occorre tirarne le conseguenze. Noi siamo privi di una religione identitaria alla quale aggrapparci, ma possediamo, da Omero in poi, una nostra specifica memoria storica, tesoro di tutti quei valori sui quali noi possiamo fondare la nostra rinascita, rompendo con la metafisica dell’illimitato, sorgente nefasta di tutte le derive moderne.

Io domando perdono in anticipo a tutti coloro che soffriranno per la mia morte, e soprattutto a mia moglie, ai miei figli e ai miei nipoti, così come ai miei amici e sodali. Ma, una volta superato lo choc provocato dal dolore, io non ho dubbi che gli uni e gli altri comprenderanno il senso del mio gesto e trascenderanno la loro sofferenza in fierezza. Io voglio sostenere coloro che si sforzano di durare. Essi troveranno nei miei scritti recenti la prefigurazione e la spiegazione del mio gesto.

sabato 23 marzo 2013

L'ULTIMO SUSSULTO DI SOVRANITA' NAZIONALE ITALIANA

Lo ricordo bene quell’11 settembre 1985. Soprattutto in queste ore che mi fanno pensare all’ennesimo 8 settembre dell’Italia senza onore e dignità. Ventotto anni fa c’era Bettino Craxi a Palazzo Chigi. Un aereo dirottato da un commando palestinese che aveva attaccato l’”Achille Lauro”, atterrò all’eroporto militare di Sigonella, in Sicilia. Gli americani reclamarono la consegna dei palestinesi ai marines. Il presidente del Consiglio si oppose fermamente, facendo venire meno con il suo diniego, la regola imposta dalla fine della guerra dall’Impero americano: l’ossequio al principoio del primato degli interessi statunitensi in Europa. Craxi ebbe il coraggio e la forza di sfidare il potente alleato imponendo il rispetto della sovranità nazionale italiana. Sull’aereo dirottato e sui palestinesi si applicava l’ordinamento italiano, la giurisdizione era incedibile.

Gli americani tentarono la prova di forza. Il premier ordinò all’ammiraglio Martini di assumere il comando delle operazioni militari per far rispettare il nostro diritto. Capita l’antifona, i soldati statunitensi si ritirarono, mentre le autorità italiane arrestavano i quattro dirottatori. Non mi dilungo su tutti i successivi passaggi. Ricordo soltanto che Martini, in accordo con Craxi, comunicò al pilota americano che con il suo aereo ostruiva la pista di Ciampino, dove nel frattempo i ditottatori erano stati trasferiti, che aveva cinque minuti di tempo per togliersi di mezzo, dopodiché avrebbe dato ordine al bulldozer di buttarlo fuori. Ne passano solo tre. L’F-14 a stelle e strisce accese i rumori e si perse nel cielo di Roma.

Sì, fu l’ultimo atto di uno Stato sovrano. Pienamente ed orgogliosamente sovrano. Non possiamo e non dobbiamo rimuoverlo quell’episodio. Dopo poco gli americani cambiarono atteggiamento e riconobbero, senza peraltro mai ammetterlo uffcialmente, il buon diritto dell’Italia a far valere le sue prerogative. E adesso? Uno sbadiglio dell’India ci ha esposto alla più barbina delle figure in campo internazionale. I marò tornano, se ne vanno, restano. Si fa la faccia feroce, poi tutto si conclude com’era prevedibile: la riconsegna a coloro che ne reclamano la detenzione. Ma chi ha architettato questo immondo pasticcio politico, diplomatico, civile, giudiziario? In un altro Paese, Monti ed i suoi ministri, “tecnici” per antonomasia, si sarebbero già dimessi. E poi? Mettiamo il caso che ciò accadesse, chi reggerebbe Palazzo Chigi? Ecco il problema. Il vuoto di potere genera mostruosità come quelle che si sono abbattute sui due fucilieri che da “pacchi postali” vanno e vengono dall’India senza nessuna certezza e con tanta paura addosso.

Si dice che le autorità di Delhi abbiano promesso che a Massimiliano Latorre e a Salvatore Girone non si applicherà la pena di morte, contemplata per il reato di cui sono imputati. Ci si deve fidare? E perché? Gli indiani non si pongono il problema. Non se lo pongono neppure le cancellerie occidentali. E perfino l’ineffabile lady Ashton, commissario europeo per la sicurezza e la difesa, sembra non crucciarsi più di tanto. Anzi, per niente. Siamo soli. Italiani “brava gente”, governati da pessimi burocrati. La sovranità è un sogno che non ci possiamo permettere.


(tratto dal "Secolo d'Italia" 22/3/2013 di Gennaro Malgieri

giovedì 22 dicembre 2011

STRISCIONI NEL QUARTIERE DI MONTI CONTRO LA TECNOCRAZIA!


Militanti della Giovane Italia Varese hanno appeso questa notte nel quartiere di Sant'Ambrogio tre striscioni contro la manovra cosiddetta "salva italia" e il governo tecnico. La scelta del quartiere non è casuale, visto che il premier Monti ha vissuto in passato in una villa della zona, ed è proprio qui che simbolicamente sono stati appesi li striscioni lungo la via principale del quartiere.
"Giù le mani dai risparmi italiani", "Il governo tecnico nuoce gravemente alla salute" e "Sopra la banca l'Italia campa, sotto la banca l'Italia crepa!" sono le frasi scelte per far sentire la nostra voce contro questo governo che ci prende in giro quotidianamente con la scusa dell'equità e del rigore per mettere nuove tasse e impoverire gli italiani, toccando il loro punto forte: il risparmio delle famiglie.

Questo governo tecnico, esattamente come avevamo gridato fin da subito, si è rivelato tutto fuorchè un governo di salvezza dalla crisi. Lo spread è ancora a livelli alti, sopra i 450punti (anche se dopo le dimissioni di Berlusconi nessuno più ne parla, chissà perchè...) e questa manovra causerà alle famiglie una stangata di centinaia di € all'anno, ma a nessuno dei nostri grandi commentatori sembra importare, visto che ogni voce contraria a questa manovra "impoverisci-Italia" è bollata come irresponsabile e contraria al bene nazionale. L'unica cosa irresponsabile in questo momento è continuare a sostenere questo governo di tecnocrati e di banchieri, incapace di qualsiasi decisione di buon senso e buono solo a fare danni.




martedì 18 ottobre 2011

Fate parlare gli indignati e capirete la vera ragione per cui sono precari. (di Pietrangelo Buttafuoco)


Troppo comodo trasformare in fascisti i “compagni che sbagliano”, gli incappucciati che si prendono i cortei per fare la festa agli indignados. Troppo facile, poi, risolverla con lo sfascismo. In questa vicenda di borghesi stradaioli non c’entra nulla, infatti, il santo manganello. Non c’è il Novecento, non c’è la “Rissa in Galleria” e neanche “Città che sale”. Tutt’al più c’è quell’Ecce Homo di Marco Pannella scaracchiato da una manica di benpensanti giacobini.

In attesa che ci scappi il morto è bene che si sappia che in queste stupide lagne giovanilistiche – cui può benissimo fare il paio la dichiarazione di Mario Draghi, ben lieto di scivolare dentro la demagogia – non c’è una sola scazzottatura, non un solo frammento dell’Avanguardia storica e sempre restando in attesa che ci scappi il morto si può stare sicuri di un fatto: neppure la ribellione delle masse può cominciare da piazza San Giovanni perché se solo ci fosse stata una goccia di olio di ricino si sarebbero sentite le note di “Rusticanella”, la marcia della marcia su Roma.

Troppo comodo, poi, pensare che possano fare epoca. Sarà globale, infatti, la mobilitazione – ci sarà tutta una canea a muoversi – ma tutti questi indignados sono così a corto di concetti, di parole e di raziocinio che è proprio un’esagerazione andargli addosso con gli idranti della forza pubblica. E’ sufficiente farli parlare. Di tutti questi indignados, infatti, quelli interpellati a caldo, dopo gli incidenti di sabato – ma anche a freddo, a bocce ferme – non ce n’è uno che sappia fare la “O” col bicchiere. Il povero David Parenzo, in collegamento dalla piazza ancora rovente per “In Onda” su La7, dai leader raccolti intorno al suo microfono non riusciva a cavargli un costrutto che fosse uno, due parole messe in croce, tre neuroni in grado di sostenere una spiegazione del loro essere indignati. Stessa fatica per Bianca Berlinguer, sempre in collegamento con i giovani indignati al Tg3 “Linea notte”, che non riusciva a farsi dare una frase di senso compiuto da questi avanguardisti, incapaci perfino di dare una risposta a Mario Draghi.

Certo, troppo comodo fare gli stronzi, come stiamo facendo, con dei ragazzi precari che non hanno potuto coltivare la consecutio temporum a causa dei tagli imposti alla scuola pubblica dalla Mariastella Gelmini. Troppo comodo, forse, fare dei paragoni storici perché, insomma, se non hanno la caratura degli Adriano Sofri e dei Tino Vittorio, se non si sono esercitati nella traduzione dall’italiano in latino dei “Pensieri” di Mao nelle aule di Ettore Paratore, se non hanno alle spalle “Gioia e Rivoluzione” degli Area ma sono soltanto pecorelle della farneticazione global, amplificata tanto da Internet quanto dagli incappucciati, indignados assai impazienti, ecco: non solo fa impressione vedere quanto siano ignoranti, ma non sono neppure antagonisti. Altrimenti la guerra alla finanza internazionale la farebbero con i libri di Massimo Fini se non proprio con i “Cantos” di Ezra Pound o con “Cavalcare la Tigre” di Julius Evola. E vederli, come si vedono, con quel puzzolentissimo libretto di Stéphane Hessel, “Indignatevi”, li condanna definitivamente alla pochezza del gregge, tutto un belare in sottovuoto marketing. E sono ignoranti a un livello tale che se lo meritano di essere precari, altrimenti sarebbero come i loro coetanei d’India, di Cina e di Corea che spadroneggiano nella tecnica e nelle invenzioni e non certo in Scienze delle comunicazione.

E non producono estetica, infatti, questi indignados – come possono fare i loro coetanei nelle banlieue di Parigi con tanto di film come “L’odio” di Mathieu Kassovitz, con Vincent Cassel – e non avranno mai l’avventura di fare la rivolta, come accade in Egitto dove però, signori miei, nei pressi del Canale arrivano le motovedette della Repubblica islamica dell’Iran, altro che i contestatori della Val di Susa.

Non sono antagonisti, infine, perché è troppo comodo fare la rivoluzione con la corda dimenticata nei magazzini del signor Lenin. E se non si riesce a farsela vendere, la corda, dagli stessi capitalisti destinati a farsi impiccare ma tanto più ad arricchirsi, non si può restare a farsi aspergere con queste polluzioni dei giovanotti borghesi in attesa che la rivoluzione trovi una propria lingua perché il linguaggio, intanto, ha retrocesso tutti i bennati d’occidente nel balbettio mondialista e i peccati contro lo spirito del male, si sa, non si perdonano in questo mondo.

diPietrangelo Buttafuoco, da "il Foglio"

domenica 10 aprile 2011

ESPULSIONE IMMEDIATA PER GLI IMMIGRATI COLPEVOLI DI GRAVI REATI!

Un uomo di 53 anni, Walter Allavena di Ventimiglia e' intervenuto per difendere il figlio da un'aggressione ed e' stato ucciso a calci e pugni. L'omicidio e' avvenuto nella notte in localita' Torri a pochi chilometri da Ventimiglia. Secondo una prima sommaria ricostruzione Allavena e' stato accerchiato da un gruppo di alcuni romeni che prima avevano molestato il figlio ventenne, ed e' stato picchiato brutalmente. Quattro romeni sono stati fermati con l'accusa di omicidio preterintenzionale. I fermati hanno un'eta' tra i 19 e i 37 anni, tutti residenti nella zona di Ventimiglia. Ora, sara' l'esito dell'autopsia, che verra' fissata domani dal pm marco Zocco, a chiarire le cause del decesso.

Secondo quanto ricostruito tutto sarebbe iniziato quando il figlio ventenne della vittima, che si trovava in compagnia di alcuni amici, ha avuto una discussione - sembra a causa di un cane - con alcuni giovani. Tra i ragazzi ci sarebbe stata una piccola rissa, ma poi si sarebbero allontanati.

Gli immigrati tuttavia sarebbero tornati indietro fino a pochi metri da casa di Allavena, dove avrebbero rintracciato il ragazzo picchiandolo. Il padre del giovane sentendo le urla e' uscito dall'abitazione ed e' intervenuto per sedare il pestaggio. E' a quel punto che gli immigrati si sarebbero accaniti contro Walter Allavena.

"Sono arrivati in gruppo ieri sera verso le 23,30 mentre eravamo ad una festa di paese. Volevano attaccar briga. Erano ubriachi. Volevano toccare il nostro cane che si e' spaventato e per questo uno di noi lo ha preso in braccio. Poi hanno iniziato a picchiarci. Ce l'avevano soprattutto con Claudio, il figlio di Walter": all'uscita dal commissariato a parlare e' Luigi, uno degli amici di Claudio Allavena, il figlio di Walter, l'idraulico di 53 anni ucciso a calci e pugni mentre cercava di difendere il ragazzo. "Il papa' di Claudio e' sceso e allora sono andati addosso a lui e lo hanno picchiato", conclude Luigi. "Ho sentito le urla e mi sono precipitato per vedere cosa fosse successo, ma quando sono arrivato il corpo di mio cognato era gia' steso a terra": questa e' invece la testimonianza di un parente della vittima, Sergio Cortese. "Erano ubriachi e non sono del paese. Ho saputo che gia' la settimana scorsa dei romeni avrebbero avuto dei battibecchi con mio nipote Claudio e Walter stanotte era intervenuto per portarlo via". Tra le altre voci anche quella di Flavio Dario, intervenuto piu' volte per cercare di sedare la rissa "ho visto che picchiavano selvaggiamente Walter con calci e pugni. Non si fermavano. Walter e' caduto a terra. Ho chiamato il 118 ed ho cercato di rianimarlo seguendo le loro indicazioni, ma non c'e' stato niente da fare". Intanto tra gli abitanti di Torri, un borgo medievale di duecento anime, a pochi chilometri da Ventimiglia, c'e' sgomento per quanto accaduto. In molti stamani sono arrivati davanti all' "Osteria del nonno", il locale dove era in corso la festa e fuori dal quale e' iniziata l'aggressione che si e' conclusa ad un centinaio di metri, sotto l'abitazione degli Allavena.

"Era un gran lavoratore, un brav'uomo, che oltre a dedicare il tempo alla sua famiglia era impegnato nel volontariato e per la comunita'": cosi' la gente di Torri, piccolo borgo medievale a pochi chilometri da Ventimiglia, descrive Walter Allavena, di 53 anni, l'idraulico ucciso a calci e pugni mentre cercava di difendere il figlio da un gruppo di immigrati romeni. "Non e' solo una tragedia per questa famiglia, ma per tutti noi - dicono ancora -. In questo paese non e' mai successo niente. Qui dormiamo ancora con finestre e porte aperte. Sono venuti da fuori a creare problemi". E anche le voci su Claudio, figlio della vittima descrivono un giovane "serio, che non aveva mai creato problemi". In commissariato si continuano ad ascoltare dieci romeni. Tra loro c'e' anche un immigrato che abita a Torri con moglie e figli e che si sarebbe prodigato per cercare di sedare l'aggressione.

La Giovane Italia DA SEMPRE chiede sicurezza per la nostra gente, e sicurezza vuol dire punizioni esemplari per chi commette questi atti vigliacchi e crudeli. Sperando che il magistrato di turno non rimetta subito in libertà gli assassini rei di questo efferato omicidio, continueremo a chiedere, a gran voce, LA CERTEZZA DELLA PENA, e la ESPULSIONE DALL'ITALIA E RECLUSIONE AL PAESE D'ORIGINE PER GLI IMMIGRATI CONDANNATI PER REATI GRAVI. Chi arriva in Italia è ben accetto, ma le leggi vanno rispettate. Perciò, sperando che prima o poi i nostri governanti aprano gli occhi, noi non retrocederemo di un passo dalla nostra posizione sull'argomento.

PRIMA LA SICUREZZA DEGLI ITALIANI!

giovedì 7 aprile 2011

MAIMERI, IL MADE IN ITALY CHE RESISTE ALLA CINA.


«Da mio nonno, che in nome dell’arte seppe rinunciare ai privilegi, ho imparato una lezione importante: il profitto non è tutto, prima vengono la passione, l’onestà intellettuale e la cultura del lavoro».
Le parole sono di Gianni Maimeri, 52 anni, nipote omonimo di un maestro milanese della pittura degli anni Venti, nonchè fondatore dell’azienda di colori leader per le belle arti di cui Gianni Jr è oggi amministratore delegato. Gli uffici dell’industria di Mediglia sembrano stanze museali, con le pareti tappezzate di dipinti del nonno, lettere autografe di critici e intellettuali dell’epoca, e opere di artisti contemporanei che appartengono alla collezione di famiglia e della Fondazione intitolata all’artistai.
Nei capannoni della produzione, si apre l’immagine esotica di enormi fusti ricolmi dei pigmenti che riempiranno i tubetti esportati in tutto il mondo: blu oltremare, giallo di cadmio, rosso magenta, terra di Siena bruciata e via, in un infinito arcobaleno. Maimeri osserva le vasche colorate e mi spiega il suo concetto di etica: «Sa quanto costa un tubetto di colore fabbricato in Cina? Esattamente quanto uno dei nostri, ma vuoto. È per questo che tutti i nostri concorrenti internazionali delocalizzano la produzione in Estremo Oriente. Avremmo potuto aprire anche noi da quelle parti e invece con la stessa cifra abbiamo voluto installare qui il più moderno sistema di depurazione delle acque, anche se i nostri non sono rifiuti tossici».

Poi mostra una recente lettera del presidente Napolitano che lo ringrazia e si complimenta per l’agenda 2011 intitolata al primo articolo della Costituzione. All’interno, a corredo dei mesi e dei giorni, il fotografo Massimo Prizzon ha ritratto tutti i cento dipendenti intenti nelle loro attività quotidiane. Immagini poetiche in bianco e nero che «restituiscono il valore morale e pratico del produrre». L’unità d’Italia almeno per questa volta non c’entra.
«Mio padre Leone ed io abbiamo voluto tener fede a un’idea di legame indissolubile tra arte e industria. Il nonno nel 1923 mise in piedi la bottega per inventare i colori che gli permettessero di dipingere meglio. Questa esigenza fa parte del nostro Dna e ci ha portato a creare una fondazione che si occupa di promuovere, oltre che la sua opera, quella dei giovani artisti delle accademie di cui ascoltiamo i bisogni di innovazione. In gergo scientifico si chiama ricerca di base».

Sposato e padre di quattro figli, sogna una Milano che metta al primo posto il binomio lavoro e cultura. L’attività della fondazione, che istituisce anche mostre e premi per l’arte giovane, lo portano a contatto con i bisogni delle nuove generazioni. «Mi piacerebbe che, così come avviene in altre città europee, ci fosse una programmazione più lungimirante sul piano della valorizzazione delle eccellenze e dei nuovi talenti, che invece sono spesso gestiti da mano privata».
Poi c’è la qualità della vita. «Come cittadino e come padre mi attendevo di più anche dall’occasione Expo, e invece per quanto riguarda verde e inquinamento mi sembra che manchi ancora una strategia. Sul problema traffico, invece, sarebbe forse stato meglio investire nei parcheggi in periferia anzichè aprire cantieri in centro che poi si rivelano speculazioni». Per quanto riguarda il lavoro, rivendica la forza del made in Italy. «Chi sventola questo marchio spesso in realtà riserva solo una piccola parte della produzione al territorio nazionale. Il primo articolo della Costituzione non lo abbiamo citato invano perchè, malgrado la crisi, restiamo in Lombardia e continuiamo a incrementare le assunzioni. Oggi produciamo cinque milioni di pezzi all’anno di cui il 60 per cento del volume in esportazione. Ma alla qualità e al valore del lavoro non abbiamo mai rinunciato indipendentemente dagli obblighi di legge: quando avevamo solo 28 dipendenti abbiamo creato la mensa aziendale e, se oggi le norme Ue prevedono un margine di tolleranza del cinque per cento sul contenuto dei tubetti di colore, noi preferiamo sbagliare per eccesso».

L’eredità morale e artistica di nonno Maimeri pare un elemento inscindibile anche dalle strategie aziendali. Lo scorso anno, durante una serie di accordi commerciali con la Russia, la fondazione è stata invitata per due antologiche (attualmente in corso) all’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo e alla Russian Art Academy di Mosca. Quantomeno curioso che un Paese straniero decida di celebrare un artista storico milanese che qui è quasi sconosciuto al grande pubblico. Ma non è escluso che presto anche le istituzioni meneghine riscoprano un grande pittore che certo scontò il suo essere controcorrente rispetto alle mode futuriste e alle convenzioni del regime. Come quando rifiutò con garbo l’invito di Margherita Sarfatti a dirigere l’Accademia Italiana delle Arti. O come quando si oppose fermamente al podestà sul progetto di copertura dei Navigli perchè offendeva l’identità del paesaggio milanese. Quando vide che la partita era ormai persa dipinse un ciclo di opere intitolato la «serie dei Navigli», a futura memoria. La serie fu acquistata dalle Distillerie Ramazzotti.
«Il nonno non volle mai prendere la tessera del partito e per questa ragione venne escluso da Biennali e Quadriennali incluse. Preferì essere libero e dipingere ciò che voleva». Cosa che non gli impedì nel ’29 di vincere la medaglia d’oro e il premio delle Comunicazioni alla Terza Esposizione del Paesaggio tenutasi a Bologna. Nè, naturalmente, di portare avanti la piccola azienda di colori che il figlio Leone avrebbe poi fatto decollare.

lunedì 27 settembre 2010

Il Pianto dell'unico bambino italiano in classe.

Adesso cercano una nuova elementare. "Ma siamo preoccupati per i bimbi arabi: come impareranno la nostra lingua se restano tra loro? Credevamo in questa scuola nella integrazione, nello scambio di culture. Siamo stati ingenui ma le istituzioni non possono esserlo". A parlare è Giada Zaini, 33 anni. "Lui in quella classe non vuole più andare. Piange, dice che si sente diverso, che i suoi compagni fra loro parlano arabo e lui non capisce". Loris ha 6 anni ed era uno dei due bambini italiani iscritti nell'unica classe prima delle elementari di via Paravia, assieme a 19 compagni stranieri, quasi tutti nordafricani.

"Il nostro è stato un esperimento fallito e se ci penso mi sento in colpa con Loris", dice ora mamma Giada, che lo aveva portato in quella scuola di proposito, di modo che potesse stare con alcuni suoi compagni dell'asilo. Ragazzini stranieri, ovviamente, a cui il piccolo è affezionato. Ma una volta entrato in aula "ha capito che lì lo straniero era lui" spiega il papà, Massimiliano Casali, 33 anni, allenatore di cavalli da corsa. Da due giorni Giada e Massimiliano fanno il giro delle scuole del quartiere, chiedendo di potere iscrivere il figlio in una classe "dove ci siano almeno un po' di italiani". L'impatto è stato brutale. "Il primo giorno di lezioni - racconta la mamma - sono entrata nell'aula e avrei voluto fotografare i bambini, tutti insieme. Alcuni genitori, forse egiziani, me lo hanno impedito in modo brusco. Mi hanno detto che non mi sarei dovuta permettere di fotografare i loro figli, e che avrei dovuto inquadrare mio figlio da solo al banco". Convinta che "fra italiani e stranieri non c'è differenza e l'integrazione è importante", si aspettava un benvenuto diverso.

Per iscrivere Loris nella "scuola ghetto" di via Paravia aveva dovuto bisticciare con Mara, la suocera, che l'aveva messa in guardia: "Una scuola senza italiani è una cosa fuori dal mondo". Giada ha tenuto duro. Pensava che il fatto di avere in classe un paio di amichetti sarebbe stato più importante rispetto alla nazionalità dei compagni. Ma alla prova dei fatti si è dovuta ricredere. Se l'episodio della fotografia ha fatto vacillare la convinzione multiculturale della mamma, il papà ha capito in quale situazione era finito suo figlio quando ha chiesto alla preside di iscrivere il bambino all'ora di religione. "Non sono cattolico praticante - racconta - ma mi sarebbe piaciuto che Loris la frequentasse. Sua nonna ci tiene, e il cattolicesimo è una parte importante della nostra cultura. La preside mi ha spiegato che però rischiava di ritrovarsi solo in classe, dal momento che tutti gli altri bambini avrebbero probabilmente scelto l'ora alternativa". Tornato a casa la sera, arrabbiato e deluso, ha dovuto consolare il figlio in lacrime, diverso perché italiano. Ed è finita così l'avventura dei genitori di Loris, la cui buona volontà di integrazione si è schiantata contro il disastro dell'amministrazione. E lo stesso destino subirà l'altra bimba italiana della classe: i suoi genitori stanno cercando un'altra scuola.

In via Paravia ci sarà quindi una prima elementare composta solo da bambini stranieri, una classe che in realtà non dovrebbe esistere. Il ministro Gelmini ha infatti varato un regolamento che prevede il tetto del 30 per cento per gli stranieri in ogni classe, per mettere fine "alle scuole ghetto". Peccato che, a forza di deroghe, in Lombardia il principio non sia stato applicato in nessuna delle 129 scuole che sforavano il tetto. Oltre a via Paravia ci sono molte altre classi dove gli italiani sono minoranza. Alle medie di via General Govone, ad esempio, è italiano uno studente su tre: il famoso 30 per cento, ma al contrario.

"Adesso la nostra unica preoccupazione è trovare una nuova scuola per Loris - dice Giada - siamo stati ingenui, ma le istituzioni non possono esserlo. Lo dico anche per i bimbi stranieri: come potranno imparare bene l'italiano se non lo parlano nemmeno fra di loro?". Il direttore scolastico regionale Giuseppe Colosio, a cui Giada e Massimiliano hanno scritto ieri per raccontare la loro vicenda, da un anno e mezzo promette che "presto l'inaccettabile situazione di via Paravia sarà affrontata". Per ora di concreto c'è la convocazione di una riunione con la preside Agnese Banfi, in programma domani "per chiedere spiegazioni".

Da "Repubblica".

Ognuno da quuesto articolo può trarre le conclusioni che ritiene più opportune.

venerdì 2 luglio 2010

LA SINISTRA VA IN PIAZZA E LITIGA CON LA D'ADDARIO!


"NO AL BAVAGLIO" è questo lo slogan contro il ddl sulle intercettazioni scritto a Roma. A Napoli invece campeggiava uno striscione con disegnata una pizza e lo slogan era "tutti ci mangiano". A Milano ad essere mangiata è stata invece Patrizia D'Addario...
La escort si è presentata in piazza con trucco e parrucco freschi con un miniabitino nero e pensava di essere accolta come una diva.. ma al suo arrivo è stata accolta da fischi,urla, e insulti! Lei si giustifica dicendo:"sono stata invitata dal popolo viola...e comunque non capisco tutto quest'odio in fondo non ho fatto niente di male anzi..."e in questo momento gli arriva un bel insulto:"P*****a vattene;non c'azzecchi niente con noi!!"
e ora due considerazioni:
1) come volevasi dimostrare la D'addario cerca sempre di più le luci della ribalta ;
2)il popolo viola per mesi e mesi ha portato la signorina escort in trionfo, era la loro eroina, diceva sempre la verità e quello che mentiva era il Presidente Berlusconi.. Ora che non serve più per compromettere l'immagine del Presidente la insultano e la cacciano da una manifestazione!!!! Dicasi coerenza..

martedì 29 giugno 2010

SIGNORINI CANCELLA LA BONGIORNO E LA HUNZIKER:"NON ERANO SEGUITE"




E'stata cancellata la rubrica contro gli abusi sulle donne della finiana Bongiorno e dalla showgirl Michelle Hunziker.
Scoppia il caso e Alfonso Signorini (il direttore di chi) si giustifica dicendo:"La rubrica Doppia-difesa è andata avanti per tre anni e non se la è mai filata nessuno e adesso scopro che è il cardine del pensiero nazionale".
Ad alcuni sorge il sospetto che sia una ritorsione del giornale della famiglia Berlusconi nei confronti della Bongiorno,fedellissima di Fini.
Scoppiettante la reazione delle 2 autrici: "Tagliare una rubrica senza avvisarne le titolari è una mancanza di stile,ma ciò che ci lasica sgomente e ci offende è la ricostruzione di Signorini che contrastra con i fatti e le dichiarazioni dei suoi collaboratori".
Il direttore di "chi" se ha deciso di tagliare fuori dal suo settimanale la rubrica perchè "non se la filava nessuno"(ndr)ha fatto bene,perchè è giusto che tuteli anche i suoi interessi e sono certo che un direttore di un giornale debba trovare temi che coinvolgano in modo maggiore la gente(non che questo non coinvolga). Come in televisione un programma che fa poco share viene cancellato per lasciar spazio a qualcosa che attraga di più lo spettatore, così accade con le rubriche dei giornali! Non penso proprio che tutto ciò centri con le divergenze tra il Presidente Berlusconi e l'ON.Fini.