Nei momenti felici di una grande nazione, la gioventù prende gli esempi; nei momenti difficili, li da.

martedì 4 settembre 2012

Nozze gay si? Perchè incesto e pedofilia no?

Le coppie omosessuali chiedono con sempre maggiore pressione che lo Stato riconosca le loro relazioni romantiche tra persone adulte e consenzienti. Il matrimonio ovviamente non è un diritto né per gli eterosessuali né per gli omosessuali, tuttavia la richiesta di queste persone è legittima (ognuno può liberamente chiedere che un suo desiderio venga riconosciuto), alcuni governi hanno accettato altri no. Fortunatamente anche l’icona gay del momento, Giuseppe Cruciani, ha riconosciuto durante la puntata del 6/7/12 del suo programma radiofonico che «i Paesi in cui non sono legalizzate le nozze gay sono assolutamente normali».

Se queste sono le richieste da parte del mondo LGBT, sul sito “LifeSiteNews“ si sono domandati se la «mentalità omosessuale deve spingerci ad accettare anche la pedofilia e l’incesto?». Se infatti basta avere una relazione romantica, basata sul consenso reciproco, per essere riconosciuti come coppia da parte dello Stato, con che diritto si dice “si” a due omosessuali e “no” ad un padre e ad un figlio (maggiorenne o minorenne) che intendono veder riconosciuta la loro relazione romantica-sessuale, godendo dei conseguenti privilegi? Riconoscere la relazione omosessuale e non quella tra padre/madre e figlio/figlia non è forse discriminazione?
«L’argomento omosessuale», viene scritto, «si basa sul fatto che due persone che si amano l’un l’altro dovrebbero essere in grado di esprimere il loro amore e la società dovrebbe felicemente riconoscere la loro relazione d’amore. Io chiamo questo “mentalità omosessuale“, diventata una mentalità predominante, che ha dimostrato di non tollerare il dissenso». Il problema, viene spiegato, è che «con questa mentalità si può giustificare praticamente qualsiasi cosa in nome dei sentimenti di amore». Perché la relazione d’amore tra due uomini dovrebbe essere privilegiata rispetto alla relazione d’amore tra un padre e un figlio, maggiorenne e consenziente? Se la contrarietà verso il primo tipo di rapporto è omofobia, la contrarietà verso il secondo quale fobia identifica.

Abbiamo già parlato della questione dell’incesto, ma anche la pederastia rientra in questo argomento. Ovviamente si obietterà che la pederastia è contro il volere del bambino, non c’è consenso. Tuttavia i promotori dell’abbassamento dell’età del consenso per i rapporti tra adulti e minori basano la loro tesi sul fatto che ai bambini dovrebbe essere concesso di liberare la loro sessualità. Attraverso la liberazione sessuale, il bambino fortifica la «genialità spontanea» e si «priva di complessi di colpa» creati brutalmente dalla concezione cristiana e “borghese” della famiglia come scriveva W. Reiche nel celebre “La rivoluzione sessuale”. L’icona gay Mario Mieli affermava in “Elementi di critica omosessuale” (1977) che il bambino «è l’essere sessuale più libero, fino a quando il suo desiderio non viene irregimentato dalla Norma eterosessuale, che inibisce le potenzialità infinite dell’Eros [...]. Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino l’essere umano potenzialmente libero. Noi, si, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega».


L’ideologa femminista Shulamith Firestone, nel suo “La dialettica dei sessi” (1970), spiegava che «dobbiamo includere anche l’oppressione dei bambini in ogni programma della rivoluzione femminista… il nostro passo deve essere l’eliminazione della stessa condizione di femminilità ed infanzia», arrivando a far sì che «tutti i rapporti intimi», anche quelli tra genitori e figli, adulti e piccini, includano «anche la fisicità» in senso lato. L’omosessuale Aldo Busi ha affermato: «Può esistere una pedofilia blanda, quella praticata dai bambini sugli adulti. I bambini sono in certi casi corruttori degli adulti. Oggi cercano il capro espiatorio nel cosiddetto pedofilo, come ieri negli zingari, negli omosessuali, negli ebrei, nei palestinesi, nelle donne, ma anche i bambini hanno la loro brava sessualità e che gli adulti non devono più reprimerla». In nome di questa “liberazione sessuale dei bambini”, nel 1977 alcuni paladini laicisti e omosessuali hanno creato un famoso manifesto dove esigevano la depenalizzazione dei rapporti con minori. Firmatari erano: Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Michel Foucault, Jack Lang, Louis Aragon, Roland Barthes ecc. Il filosofo laicista Michel Foucault e l’attivista dei diritti omosessuali Guy Hocquenghem hanno spiegato che gli adulti dovrebbero fare sesso con bambini consenzienti, dove per «bambini consenzienti intendiamo che in ogni caso non c’è stata violenza o manipolazione finalizzata a obbligarli ad avere un rapporto affettivo o erotico».
Insomma, impedire ai bambini “consenzienti” di avere un’espressione sessuale sarebbe un crimine, un’oppressione, tanto che diversi esperti di psicologia stanno oggi tentando di sostenere che la pedofilia è un “orientamento sessuale” paragonabile ad omosessualità o eterosessualità. Sempre più conferenze accademiche mirano ad eliminare lo “stigma” sociale della società rispetto agli uomini più anziani che agiscono sessualmente verso i bambini più piccoli. Essere attratti da minori, dicono, è un orientamento sessuale, una “variante naturale della sessualità umana” (come sostengono alcuni parlamentari in Canada), un’inclinazione come le altre.

Allora detto questo, la domanda è: è sufficiente amare qualcuno ed essere amati per venire riconosciuti dallo Stato? Se si, perché non riconoscere l’incesto, la pedofilia (non è violenza dicono, ma beneficio verso la liberazione sessuale dei bambini) o la poligamia (il cui consenso generale è cresciuto proprio in seguito all’approvazione delle nozze gay, come si sottolinea qui) e invece riconoscere le coppie omosessuali? «La società», si conclude domandando su “LifeSiteNews”, «finora ha condannato all’unanimità le relazioni che coinvolgono uomini adulti che fanno sesso con i bambini, chiamandole “disgustose” e “moralmente ripugnanti”. La società, fino a non poco tempo fa, ha condannato anche le relazioni omosessuali allo stesso modo. Una società che riconosce oggi le relazioni omosessuali, ci spinge ad accettare anche la pedofilia e l’incesto?».
La motivazione per offrire un riconoscimento statale ad una relazione sessuale deve essere differente dunque dal mero sottolineare una relazione romantica tra persone consenzienti. C’è bisogno che tale relazione abbia alcune caratteristiche che la rendono unica e vitale per la società, come solo possono essere le relazioni tra l’uomo e la donna, basate sull’incontro equilibrato e naturale tra gli appartenenti dei due diversi sessi, relazioni originalmente aperte alla vita e adatte alla giusta e bilanciata accoglienza di un nuovo essere umano. da

mercoledì 27 giugno 2012

INTERVISTA A BUTTAFUOCO: "GLI ITALIANI TORNINO AD ESSERE DEI NAVIGATORI PER USCIRE DALLA CRISI"

La ricetta di Buttafuoco per superare la crisi attuale risiede nell'Eurasia. "I commercianti devono recuperare quello spirito imprenditoriale e tornare ad essere un popolo di santi, eroi, ma soprattutto navigatori"
La crisi che stiamo vivendo è soltanto economica o c'è dell'altro?
"Sicuramente in questa crisi c'è un fondamento spirituale, anzi nell'assenza di spiritualità si manifesta questa crisi. Il fatto stesso che abbiamo forgiato generazioni abituate all'idea del posto di lavoro, anzi abituate più allo stipendio che al lavoro avendo noi abbandonato quella che è stata la tradizione dell'umanesimo del lavoro questo ci ha portato a essere soltanto carne da macello a disposizione dei progetti di globalizzazione nella migliore delle ipotesi o, nella peggiore, a essere soltanto un granaio di consenso a disposizione del primo che arrivava nei nostri paraggi e dettava legge".
Rispetto alle crisi passate, sembra esserci un maggiore scoramento, quasi come se la speranza di uscire dal tunnel sia una chimera. E' d'accordo?
"Nel passato c'era un radicamento terraneo, forte che faceva sì che comunque la dimensione fosse quella della profondità, del vivere in profondità, con grande partecipazione perché c'era anche un aspetto corale forte di simbiosi. Adesso siamo solo delle monadi solitarie impazzite, tanto è vero che non abbiamo più davanti a noi una prospettiva. Ti faccio un esempio pratico?"
Prego
"Se tu metti a confronto una fotografia scattata a Scampia, allo Zen di Palermo o al Librino di Catania con una scattata in uno slum di Mombay la differenza è totale. Perché sono tutti e 4 quartieri della cosidetta emarginazione della povertà con la differenza che in quello di Mombay tu vedi brulicare la vita, vedi gente che non sta con le mani in mano, che si muove, che si agita, che fabbrica, che si adopera e che cerca di realizzare qualcosa pur nella povertà dei mezzi. Nelle tre foto scattate nelle nostre tre zone vedrai qualcuno appoggiato al muro, qualcun altro ad attardarsi in un bar, un altro ancora impegnato a cercare un cliente per lo spaccio della droga. Dopodiché il deserto totale".
Lei è anche uno studioso di religioni. C'è qualche colpa da additare al cristianesimo?
"Il cristianesimo ha smarrito totalmente quella che è l'unica vera spinta propulsiva della religioni che per dirla nel linguaggio di Nietsche è la volontà di potenza. Se tu metti a confronto una foto di una chiesa costruita nel 2012 e una moschea vedrai che la moschea è comunque bella, rifulge di potenza mentre la chiesa avrà questo effetto di grande casamento mesto, triste, disegnato secondo le esigenze e le necessità di quegli scatoloni da periferia. Queso perché nella moschea c'è la volontà di potenza, l'adesione a un progetto di bellezza. Nel cristianesimo è venuto meno. Tanto è vero che si è confusa l'identità religiosa con una specia di società di assistenza sociale, diventando solo un accomodante ufficio di ascolto sociale".
Secondo lei, siamo al capolinea o c'è spazio per una rinascita?
"La rinascita, la rigenerazione ci sarà e ha anche un destino ben preciso che è l'Eurasia. La cosa che mi fa ridere in tutto questo parlare di crisi è che noi stiamo a guardare che cosa farà la Germania, la Francia, l'Inghilterra non parliamo poi di cosa può essere la deriva statunitense, ma non ci rendiamo conto invece che vicino a noi c'è una grande potenza regionale come la Turchia che è molto più potente economicamente, commercialmente, culturalmente e anche dal punto di vista della freschezza delle generazioni rispetto a Francia, Inghilterra, Italia".

La rigenerazione risiede nella Turchia, quindi?
"La patria nostra è quella che ha saputo dare un indirizzo alla via della Seta con il percorso verso la Cina, verso le Indie, verso quella grande traiettoria dove c'era quella capacità dell'italiano di ritrovare se stesso viaggiando nel mondo. Non è un incaponirsi da erudito perché non lo sono, ma è una indicazione che devono raccogliere innanzitutto i mercati, i commercianti, quelli che devono recuperare giorno dopo giorno questo spirito imprenditoriale e riuscire a fare quello che nella storia è stato sempre segnato da chi ha saputo essere popolo di santi, eroi, ma soprattutto navigatori".
Che idea si è fatto del fenomeno dei suicidi dal punto di vista sociale e giornalistico?
"Sui suicidi la penso come il Duce. Bisogna applicare la censura, non bisognerebbe parlarne perché c'è sempre quella dimensione di contagio che poi prende l'opinione pubblica. E' pericolosissimo parlare di suicidi, applicare la morbosità come condimento dell'informazione".
Un percorso di letture per uscire dalla crisi? "Una guida del touring club che porti attraverso il percorso della via della Seta. Solo questo, viaggiare, andarsene via".
Da "Il Giornale" 27/6/2012

venerdì 4 maggio 2012

La stupida ipocrisia del governo dei suicidi.

Non è l’Abc l’alfabeto che ha segnato il nuovo inizio della politica italiana nell’era Monti. Non è nemmeno un nuovo inizio, quello segnato dall’arrivo del 2012, ma solo una fine annunciata. Una fine lunga e dolorosa. Forse l’ottimismo a cui faceva spesso appello Berlusconi era irresponsabile – come sostenevano cento e cento soloni – ma almeno la gente non si suicidava. I lavoratori non si davano fuoco come dei bonzi tibetani, i commercianti non si impiccavano, i disperati non si asserragliavano con degli ostaggi nelle sedi di Equitalia. Che politica è quella che sposta di giorno in giorno l’indice della responsabilità su una categoria o una parte dei cittadini? I parlamentari, i farmacisti, i commercianti, gli statali, i sindacati... nessuno è responsabile per l’oggi, tutti responsabili per ciò che accadeva prima che il Messia arrivasse a dirci, con disprezzo e arroganza, che tutto questo ce lo siamo meritato, che siamo gli artefici del nostro destino, che abbiamo scelto sempre i governanti sbagliati e che siamo tutti ignoranti, inetti, meschini e servi. Tutti – eccetto lui – abbiamo parassitato la società, passando troppi anni all’università, prendendo il doppio stipendio, approfittando delle tutele sindacali, restando a casa coi genitori e non pagando il biglietto dell’autobus. Tutto vero, ma lui dov’era? A lavorare in una miniera di carbone in Belgio? I suoi figli hanno avuto difficoltà a piazzarsi nei board delle più influenti finanziarie del mondo? Hanno dovuto fare gli studenti lavoratori per pagarsi gli studi universitari? Non hanno avuto trattamenti di favore dai colleghi professori del paparino? E lui, che non si è mai esposto al giudizio della gente ma è sempre stato cooptato dall’alto, nel lavoro come nella politica, è l’esempio da additare ai nostri figli? di Marcello de Angelis, tratto dal "Secolo d'Italia" 03/05/2012

lunedì 19 marzo 2012

Le sezioni, dove ognuno costruiva il suo sogno

C’erano una volta le sezioni di partito. C’erano una volta i partiti, verrebbe da aggiungere. Quelli, tuttavia, ci sono ancora. Leggeri, come si usa dire. Liquidi, che è cosa diversa da trasparenti. Le sezioni, invece, no. Il circolo ne è il succedaneo, ma il sapore resta diverso e sfidiamo chiunque a sostenere che la margarina possa davvero sostituire il burro. Stesso discorso per il club, luogo neutro a metà tra l’ufficio di rappresentanza e quello di collocamento. I comitati elettorali, poi, sono tristemente estemporanei. Nascono, crescono e muoiono nell’arco di poche settimane: bruchi che non diventano farfalle. Alimentano suggestioni spudoratamente mirate al consenso e si spengono come fuochi fatui lasciando tracce di nastro adesivo sulle vetrine e santini eccedenti da smaltire. I militanti in crisi di vocazione vengono rimpiazzati, all’occorrenza, dalle hostess. I contenuti soppiantati dalla (bella) presenza.

Sembra passato un secolo e sono appena pochi lustri. Una stagione, quella della partecipazione politica, rimossa dall’immaginario collettivo, quasi sconosciuta dalle giovani generazioni. Quando la scelta elettorale presupponeva anche una relativa affiliazione sindacale, sportiva e ricreativa. Dopo il “rompete le righe” di Tangentopoli, simboli e partiti con cui gli italiani avevano una lunga “familiare” consuetudine, sono stati archiviati. «Eppure dietro il simbolo sbarrato sullo Scudo Crociato, la Falce e il Martello, il Garofano Rosso, la Fiamma Tricolore, l’Edera Verde, il Sole Nascente, la Bandiera Tricolore con la scritta Pli, la Rosa nel Pugno, c’erano delle narrazioni, delle visioni del mondo, degli intenti pedagogici, delle agenzie di formazione e informazione».
Così scrive Andrea Pannocchia nel volume Quelli che… la sezione. La militanza politica in Toscana nella Prima Repubblica (Eclettica Edizioni, pp. 345 euro 16). Intendiamoci: quella di Pannocchia, dottore di ricerca in Sociologia della Comunicazione presso l’Università di Firenze, non è un’operazione vintage. Schiva, con l’obiettività dello studioso, la tentazione di farsi laudator temporis acti, «adulatore di un passato che spesso si tende a considerare una sorta di Eden perduto».
La questione che pone è: si è buttato via, assieme all’acqua, anche il bambino? La mission del libro è cercare di ricostruire, attraverso la voce dei protagonisti, come si viveva la politica ai tempi della Prima Repubblica. Un viaggio a ritroso nel tempo, ma finalizzato a capire qualcosa di più sull’attualità e soprattutto sulle prospettive del nostro sistema partitico. Chi erano e che vita conducevano i militanti? Come si diventava dirigenti di partito e amministratori pubblici? Com’era stata vissuta la scomparsa dei rispettivi partiti e se e come vi era stata una ricollocazione nel nuovo sistema? Pannocchia, aiutato da Fabio Calugi per la componente storiografica, ha lasciato che a rispondere fossero dieci politici locali, uno per ognuno dei dieci partiti e delle dieci province toscane presenti nel 1987, anno campione della ricerca. Anno in cui tutti erano contro tutti, senza alleanze precostituite e con il Pci a farla da padrone. Regione “rossa” per eccellenza, la Toscana, in cui in nove province su dieci il partito di gran lunga più forte era quello comunista, che arrivava dietro alla Dc solo in provincia di Lucca.
«Terra irriducibile ai cambiamenti esterni come il villaggio gallico di Asterix di fronte agli assalti dei romani», ma non per questo priva di vivacità. Il saggio di Pannocchia ne offre uno spaccato inedito: «I radicali ospitati, quasi come marziani, nelle Case del Popolo di Prato, i minatori missini di Ribolla che combattono battaglie di sopravvivenza politico-sindacale mentre i cislini della Lebole di Arezzo si mobilitano per non soccombere all’egemonia della Cgil, i repubblicani sfrontati che vanno ad attaccare manifesti a Turano, la frazione più rossa di Massa, i militanti di Dp di Empoli che vogliono convincere i clienti della Coop a boicottare i prodotti israeliani, i fascisti grossetani sostenitori di Junio Valerio Borghese o che rimpiangono le imprese orbetellane di Italo Balbo; i socialisti di Pontedera che arrivano prima dei comunisti al domenica mattina alla Piaggio a distribuire L’Avanti!».
Più che davanti a un saggio sembra di venire proiettati in un romanzo corale in cui non tutti gli “eroi” hanno un nome. Ci sono quelli che l’autore chiama «gli angeli del ciclostile», quelli che non sono mai stati eletti ma che non per questo hanno vissuto meno intensamente quegli anni. Forse non erano “tecnici”, ma ingegnosità e generosità ne avevano in abbondanza. Personaggi eccezionali nella loro normalità e talvolta picareschi nel vissuto politico quotidiano. Idealisti e cinici, manovratori di eserciti e avventurieri solitari. Esistenze divise tra momenti privati e
istituzionali, passioni di parte e responsabilità di amministratori del territorio. Ognuno con una storia da raccontare, le cui parole, parole di militanti che in molti casi sono stati e sono importanti dirigenti e pubblici amministratori, aiutano il lettore a capire cosa significasse «aprire una sezione, condividere idealità, organizzare riunioni, formare decisioni e quanto una sezione potesse diventare anche uno spazio fisico e simbolico da difendere».
Perché chi decideva di fare politica, in particolar modo nel Msi, sapeva di mettere a repentaglio la propria vita. Senza, peraltro, avere alcuna prospettiva di “carriera”. La testimonianza di Andrea Agresti, classe 1953, consigliere regionale del PdL con un passato da militante della Giovane Italia e poi del Fronte della Gioventù – «segretario per carenza di militanti», si schernisce – è esemplare. Dopo oltre vent’anni di consiglio comunale, ovviamente all’opposizione, nel 1997 divenne vice sindaco di Grosseto, carica che ha mantenuto per due mandati. «Avrebbe mai pensato, da militante missino, di diventare un giorno vice sindaco della sua città?», gli domanda l’autore. « No, anzi non pensavo nemmeno di invecchiare», è la significativa risposta.
Il tempo, però, passa. La legge elettorale è cambiata, il venir meno delle preferenze sembrerebbe rendere l’organizzazione superflua, la selezione della classe dirigente non passa più per le sezioni ma avviene per mera cooptazione. Ed è un male, perché i giovani, grazie al confronto con i “vecchi”, i militanti più esperti, diventavano di norma uomini culturalmente più solidi e amministratori preparati. Certo, ci sono le nuove opportunità offerte dalle moderne tecnologie di comunicazione e altre forme di autorganizzazione dal basso. C’è Facebook. C’è Twitter. Con le epoche storiche cambiano modalità ideali e pratiche del fare politica. Se uno in un partito si trova in minoranza, piuttosto che misurarsi con gli altri, ne fa subito un altro. Con buona pace di chi l’ha votato.
Pannocchia non si iscrive nel novero degli apocalittici. La sfida con la modernità non si affronta alimentando velleitari ritorni al passato. Il che non toglie – conclude l’autore – «che non si costruisce niente senza un partito vero, un’organizzazione, una struttura fatta di militanza, di confronto fra la base e i vertici, uno scontro anche interno se necessario duro, una serie di regole democratiche per la selezione delle classi dirigenti. Senza dei valori, delle coordinate culturali, di un minimo comune denominatore. Senza precisi canali di partecipazione e processi di formazione incentrati su una lunga gavetta. E molto spesso senza un luogo in cui ritrovarsi e discutere». Le sezioni, per l’appunto. Dove sia ancora possibile costruire progetti, elaborare visioni, organizzare adeguate forme di militanza politica. Anche in tempo di antipolitica dilagante? Sì, perché costruire è meglio che demolire.

di Roberto Alfatti Appetiti dal Secolo d'Italia

sabato 25 febbraio 2012

SALVIAMO I NOSTRI MARO'!




I nostri soldati del glorioso reggimento San Marco sono vittime della cattiva diplomazia italiana, totalmente incompetente nonchè specchio dell'incapacità di fare e creare politica da parte del governo Monti, un governo non eletto, di stampo burocratico e amico delle banche, quindi assolutamente incapace di gestire situazioni di crisi come questa.

RIPORTIAMO I NOSTRI MARO' A CASA!

sabato 7 gennaio 2012

ACCA LARENZIA, 34 anni dopo i gendarmi della memoria si fanno risentire.



Esisterà mai in questo benedetto ma anche sfortunato paese un giorno in cui la memoria sarà condivisa da tutte le parti politiche? Esisterà mai un giorno in cui la violenza politica di quei maledetti anni di piombo sarà condannata NEI FATTI dagli eterni "antifascisti"? Dopo 34 anni da quella orrenda sparatoria dove morirono 3 giovani militanti del Fronte della Gioventù, ancora oggi polemiche sterili e fini a sè stesse vengono riaccese dall'Associazione dei partigiani, che vuole vietare l'annuale commemorazione a Roma organizzata dai gruppi di Destra riuniti nel comune ricordo dei loro camerati caduti. Ma in nome di quali alti principi si può negare la commemorazione di 3 ragazzi di 18 20 e 19 anni che sono stati uccisi solo perchè rei di militare in un movimento di Destra? Sono queste la libertà e la democrazia tanto osannanate dai partigiani?

In realtà, ogni anno, questi signori, uniti al loro codazzo di benpensanti democratici e radical chic, dimostrano solo di essere dei biechi gendarmi della memoria, che si arrogano il diritto di decidere quali sono i morti che possono essere ricordati e ricoperti di retorica, e quali invece debbano essere dimenticati e ricoperti dalla vergogna e dal disprezzo per aver militato dalla parte "sbagliata".

Sperando che arrivi il giorni in cui questi gendarmi saranno finalmente zittiti dagli italiani (oltrechè dalla Storia), noi oggi rivolgiamo un pensiero a Franco, Francesco e Stefano, caduti in anni difficili e tristi, e lanciamo al cielo, per loro, il nostro triplice PRESENTE!


domenica 25 dicembre 2011

2011, anno di successi per la comunità varesina. Grazie a tutti voi!

E' tempo di bilanci. Anno 2011, anno ricco di esperienze, di successi e di tanta tanta militanza attiva quotidiana. Questo 2011 possiamo dire che sia stato l'anno della nostra conferma a livello di gruppo, ossia -seppur con diversità di vedute sotto certi punti di vista- essere sempre coesi nel volere dare qualcosa di più alla nostra comunità attraverso risposte concrete e azioni degne di noi.

Nonostante governi tecnici e scandali vari legati alla politica nazionale, nonostante la generale sfiducia verso i partiti e verso la politica che si può facilmente percepire andando nelle piazze, la Giovane Italia Varese c'è, e va avanti a testa alta, si ingrandisce, si radica, si conferma primo movimento giovanile militante di Destra in tutta la provincia.

Decine di banchetti, da Gennaio a Dicembre, con unico mese di sosta il mese di Agosto, hanno caratterizzato la nostra militanza, così come gli innumerevoli volantinaggi fuori dalle scuole di Varese, Luino, Busto Arsizio e Tradate, perchè la base di ogni attività militante è il volantino, ed è questo che abbiamo tentato di insegnare ai nuovi militanti che sono entrati nelle nostre sezioni a Varese come a Gallarate come a Busto.

Striscioni su temi che a noi stanno particolarmente a cuore, come Sergio Ramelli, le Foibe, ma anche su tematiche di politica locale e nazionale, non da ultimo gli striscioni appesi contro il governo delle banche presieduto da Monti, contro il quale abbiamo anche fatto un piccolo flash mob in centro che ha riscosso molta curiosità tra i varesini. Come non citare anche lo splendido rapporto di cameratismo che è nato con la realtà bustocca dell'Ardito Borgo, con cui i nostri ragazzi hanno organizzato conferenze e
manifestazioni, e, ovviamente, cantato a squarciagola durante i numerosi concerti di musica alternativa che si sono tenuti nella nostra provincia: DDT, Garrota, Skoll, Fabio Costantinescu, ma anche gli Antica Tradizione in Comunità Giovanile, la collaborazione con la quale dura da anni ed è continuata anche quest'anno.

La primavera è stata caratterizzata da un impegno costante di tutti noi per le elezioni comunali, che hanno visto trionfare il nostro "Cose" per il consiglio comunale a Varese insieme alla rielezione del "Checco" al consiglio comunale di Busto. Un successo che ha dimostrato a tutti quanti, ai nostri detrattori in primis, ma poi anche a noi stessi, che non c'è ostacolo che tenga se la politica genuina e disinteressata si fa strada, e i nostri concittadini hanno voluto premiare il nostro impegno, regalandoci uno splendido successo elettorale, riconosciuto subito dopo con la nomina del nostro presidente provinciale, Stefano Clerici, ad Assessore all'ambiente a Varese.

I mesi estivi sono stati poi ricchi di attività militanti e di svago per tutti noi, come giusta ricompensa per quanto da noi faticosamente ottenuto alle elezioni..!
La celebrazione del solstizio d'estate al forte di Orino con annesse bevute e canzoni attorno al fuoco per tutta la notte, il viaggo identitario in Irlanda alla scoperta di quella meravigliosa terra che tanto ha da insegnarci, il campo Plus Ultra della destra sociale a Percile, la festa nazionale della Giovane Italia - Atreju a Roma, Aslan - la festa della Destra lombarda a Monza.. un estate ricca e che ha ulteriormente cementificato i legami esistenti all'interno della nostra comunità!
Da ultimo la gita del 9 Ottobre al Vittoriale degli Italiani in onore di Gabriele d'Annunzio ha dato il via alla ripresa delle attività prettamente politiche, che si sono incentrate sul tesseramento, sul reclutamento nelle scuole e sul grande problema della speculazione finanziaria internazionale nei confronti dell'Italia, organizzando anche una conferenza sul signoraggio bancario presso il museo del Tessile a Busto.
Sempre a Busto grazie ai nostri ragazzi la nuova sede del PDL di via Confalonieri è diventata un luogo di ritrovo per tutti gli iscritti e simpatizzanti del partito e del movimento giovanile, mentre la riapertura della storica sede del MSi prima e di An poi in Via Piave a Varese è prevista per Gennaio/Febbraio del 2012.

Non da ultimo, è giusto citare anche le conferenze dedicate al 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia organizzate a Busto, l'intitolazione dei giardinetti del Liceo Classico di Varese al grande filosofo Giovanni Gentile (con annessa polemica studentesca sulla figura del Gentile teorico del Fascismo), la nascita di Avanguardia Studentesca come movimento presente nelle scuole della provincie,, l'adesione alla rete dei Patrioti - la lobby degli italiani e il corteo a Bolzano per protestare contro la parziale rimozione del monumento alla vittoria italiana nella Grande Guerra.

Il 2011 insomma è finito sotto i miglior auspici per la nostra comunità, che ha saputo raccogliere tanto consenso, tanti successi e anche tante nuove adesioni di ragazzi grazie all'impegno costante di tutti i nostri camerati che hanno sacrificato tempo libero, sforzi e soldi per potersi guadagnare i propri spazi all'interno di un partito che spesso non ci ascolta ma anche sui giornali e nelle piazze, dove la gente si avvicina ai nostri banchetti e quasi si stupisce che esistano ancora giovani in grado di impegnarsi per dei valori in cui nessuno sembra più credere.

Augurando a tutti Buon Natale e un felice anno nuovo, siamo pronti a ripartire per un 2012 nel quale vogliamo essere protagonisti. La strada sarà in salita, forse più o forse meno degli anni passati chissà, ma a noi, in fondo, le salite più sono ripide e più ci affascinano..

In Alto i Cuori!

Leslie Mulas
Luca Folegani